il fatto che

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da “thanx A-Egon” serie; di Nicolò Pertoldi

Il fatto che uno  voglia l’amore,

il fatto che io voglia l’amore,
l’hai fatto sembrare il mio piccolo crimine e la mia grande pretesa.
A te non cambia,
che vada o che resti.oggi o domani,dici.
Sono cattivo,mi chiedi perchè.
Sono cattivo,dici comunque.
Sono cattivo,la soluzione di tutto.
Ed il fatto che uno voglia l’amore,
il fatto che io voglia l’amore,
a me sembra un diritto così grande da non sapermelo negare più.
Ma rinunciare a te,
in mezzo all’amaro,
a me cambia,invece.
Non so fingere l’allegria che ci vuole,a pretendere che nulla sia importante,
nemmeno qualche desiderio infranto,
qualche sconfitta nuova.
io e te.
Noi,mai.
Perchè il fatto che uno voglia l’amore,
il fatto che io voglia l’amore,
senza farlo sembrare nient’altro che questo,
significa che me ne do io,un po’ di più.
Che il fatto,mi sa,
è che mi sono pure un po’ rotto le scatole.
Di aspettare,si intende,

 

E non “di volere l’amore”.

Spero che cambi,hai detto.
Ma le cose lasciate al tempo,da sole, fanno la loro corsa,mica la nostra.

Andrea non è un albero.

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Quella notte là -che Dio la maledica e la benedica insieme Tonì-
quella notte là c’ho avuto sto coraggio che manco mi ricordo se ho mai avuto prima di te.
Ventisette anni, cinque dei quali dietro le sbarre ma tutti vissuti con le unghie sporche; inizio corsa dalla periferia di Catania.
Ti ricordi, Tonì?
Quella notte là che dovevamo cambiarci i vestiti e la vita, per sempre.
C’eravamo promessi Ibiza e l’eroina, giusto per ricordarci da dove venivamo.

Libera da due giorni e ancora troppo lontana da te. Sono saltata su tutti i treni che potevo;mi sono lavata i capelli in uno di quei minuscoli,schifosi lavandini dei bagni di Trenitalia, che l’acqua esce a filo. Vedi quanta pazienza c’ho avuto io Tonì. Volevo essere bella per te e mi sono bagnata la testa anche se era l’undici di gennaio. Per te.
Sono rimasta là dentro per tutta la corsa da Milano a Napoli e faceva un freddo che manco t’immagini. Ma almeno non mi ha beccata quel manichino in giacca e cravatta, sennò lo sai che ero costretta a fare. Non sarei mai scesa dal treno, Tonì.
I quarantatré minuti che ho aspettato a Napoli Centrale mi sono sembrati più lunghi dei tre anni al minorile e i due a Bollate messi insieme.
Quanto ti ho pensato Tonì, quanto mi sei mancato.
Sarà pure che io ho fatto un po’ troppe stronzate, ma ci ho messo dodici ore e mezzo per arrivare a Catania e ammè mi pare che era così pure cinque anni fa. Mi mettono dentro perchè devo cambiare e poi fuori non cambia mai un cazzo.
Quando sò scesa non c’ho pensato un attimo, non mi sono nemmeno fermata a fare colazione da Gennaro, anche se erano cinque anni che non respiravo quel profumo nella notte. Sono scesa da quel treno ed ho iniziato a correre. Non mi sono chiesta s’eri sveglio. “Via America numero 11”, non me lo sono mai dimenticato Tonì.
Sei l’unico posto che ho sempre chiamato casa.

Mi so messa a correre, mamma mia quanto ho corso. Avevo le gambe che mi esplodevano e la scarpa destra che mi faceva un male cane ma mi dicevo che non avevo scuse, che ero stata dodici ore e mezzo seduta in un cesso e cinque anni in una prigione,non potevo mica essere stanca. Ho corso così tanto e così veloce che sono sicura di aver perso la forma. Tutto quello che mi schizzava attorno io nemmeno lo riconoscevo: non ci ragionavo sulla strada, sul traffico, sulla gente che ho scansato o di quella che ho buttato sul marciapiedi; non c’ho pensato a com’è fatta di merda questa strada, a quei soliti palazzi mezzi in piedi e mezzi a terra da una vita.
Ed io sarò stata liquida o gassosa o forse non mi hanno nemmeno vista.
Avranno pensato a una folata di vento un po’ più forte delle altre; a gennaio capita.
Mamma mia Tonì, ho corso così forte che fuori era appena passato Natale e dentro mi sembrava già scoppiata la nostra estate a Ibiza.
Poi quell’angolo ed ho iniziato a chiedermi com’è che avrei frenato, ormai che le gambe mi andavano da sole. Il tuo Portone arrugginito,quella strada schifosa che mi è sempre sembrata il paradiso ed io mi sono trovata là sotto, con un sorriso così grande che una faccia non mi bastava; così grande che non c’ero abituata e faceva pure male e non sapevo se mi batteva il cuore così forte più per l’emozione o per l’affanno della corsa.

<< Tonì! >> ; te l’ho mezzo gridato e mezzo sussurrato; non so che casino ho fatto.
Ti bussavo e dicevo:  <<Tonì! Sono io Tonì, sono Andrea, sono uscita Tonì, ce ne andiamo a Ibiza!>> ; ma gli unici che mi hanno risposto sono stati il cane del meccanico e quel vecchio sudicio del terzo piano che mi ha gridato di smetterla di rompergli i coglioni.
Erano le 3:00 del mattino, magari stavi dormendo e non mi sentivi e allora mi sono messa ad aspettare sul gradino di quello che vive difronte e mi sono stretta nel giubbotto perchè più passava il tempo e più dentro andava via l’estate di Ibiza e tornava il freddo di un normale gennaio a Catania.

Quella notte là; te la ricordi, Tonì?

:

Mamma mia che freddò Tonì, ma quando ti svegli?! E’ già mezz’ora che aspetto e di qui non è più passato nessuno. Io sono stanca ma non riesco a dormire, sono ancora sulle spine, non vedo l’ora di abbracciarti, di vedere che hai fatto ai capelli, di vedere come ti sorprendi appena mi guardi.Svegliati, Tonì, dai svegliati amore, sono qua fuori, non mi senti, non te ne accorgi? Dai cazzo, fa freddo, mi sto congelando!

—–

E’ passata una donna vestita come una battona. Io manco lo so come fa a resistere vestita così. Mi ha guardata storto, come se fossi io quella poco normale a starmene là, ferma, come un ghiaggiolo nel freezer.
Che poi forse c’ha ragione lei Tonì, per resistere al freddo bisogna camminare, muoversi o si finisce per non sentirsi più neanche le ossa.
A Bollate, Irene, quella della 23, un giorno mi ha raccontato di un tipo che si era perso al polo sud e siccome si è fermato e non s’è più riuscito a muovere, è diventato prima blu e poi le sue vene si sono congelate e sono diventate così rigide da uscirgli dal corpo come radici.
Dice che a furia di succedere, al polo sud c’è una foresta di alberi umani,di questi tizi persi e congelati.
Non te lo so dire se mi ha fatto più schifo o meraviglia però l’ho immaginato.
Non so nemmeno se è vero visto che Irene è una strafatta  so solo che nel dubbio,io non voglio diventare un albero e mi faccio un giro qua vicino, ma torno tra un po’. Ti porto la colazione Tonì, c’ho due euro e mi sa che bastano.

—-

Gennaro è troppo lontano per tornarci adesso.
Qui fuori si gela e non c’è un solo posto illuminato.
Tra dieci minuti ti svegli?!
Mi guardo i piedi, tanto per ricordami che ce li ho, tanto ormai non li sento più; la scarpa destra non mi fa nemmeno più male. Credo.
Mi guardo i piedi e penso a tutti i posti in cui ho portato queste scarpe.
Ti ricordi quell’autunno a Cannizzaro, Tonì?
Abbiamo mangiato in quel lido atteggiandoci a grandi signori. Ti eri pure leccato i capelli per sembrare ordinato ed io m’ero fatta baciare da Rosalia pur di avere un po’ di rossetto. A vederci da fuori, così, adesso, eravamo felici: forse troppo felici per sembrare due normali.
Siamo andati via senza pagare, scappando come se ci venisse dietro il mondo; come me stasera per raggiungerti.
Forse erano quelli i tempi migliori Tonì, non tutti quelli che sono venuti dopo, che c’hanno spezzato e bucato così tanto.
Avremmo fottuto il mondo pur di pensare a noi. E l’abbiamo fatto.

Solo che poi il mondo c’ha fottuto lui,Tonì. E io non mi sono mai cambiata sto paio di scarpe.

—-

<< Tonì,sei veglio,Tonì?!OH,sono io,sono Andrea,Tonì!Ma che fai!? >>
E tu non rispondi. Possibile che una torna dall’uomo suo dopo cinque anni e quello manco gli apre la porta di casa? C’hai pure il campanello scassato. E Figurati, so quarant’anni che sta così.
Tonì fa freddo ma se ti devo aspettare t’aspetto. Meglio qua fuori che nel cesso di un treno, lontano da via America.

Mi riguardo le scarpe; oh te lo giuro, sembrano scatole vuote.
Ti ricordi alla festa di Lele, Tonì?
Ci aspettavano tutti, eravamo il re e la regina del mondo. Ci arrivavamo sempre guastati alle feste Tonì. Mi viene il dubbio che Lele e gli altri manco lo sanno come siamo da “giusti”. Come ci siamo divertiti. Come abbiamo ballato, come abbiamo sudato, come abbiamo…qualsiasi altra cosa abbiamo fatto quella sera io non me la ricordo, Tonì. Vabbè, solo che poi c’avevi troppa roba addosso e u Merru ti ha mandato i suoi, e oltre a la roba e a un pezzo del tuo incisivo ci siamo persi pure a Lele.
Ma che vita da cani abbiamo fatto Tonì;  com’è che mi vanno ancora ‘ste scarpe?!
A Ibiza non le voglio fare le feste così.

—-

<<Tonì sono le 5:00. Da Gennaro c’ero già andata e tornata! Ti svegli o no?!
Sono Andrea Tonì,cazzo.Sono Andrea! >>
Non ce le ho più le chiavi di casa tua. Mi sa che non le ho mai rifatte dopo che le ho lanciate quella volta dal traghetto per Civita. Mi avevi promesso che quella era l’ultima volta che rischiavamo di brutto, che era l’ultima volta che u Merru ci guardava negli occhi. Mi avevi detto di salire, che scappavamo insieme, che poi c’era l’amico tuo che ci dava una mano. E l’ho fatto, ci sono salita ma tu sei rimasto e u Merru ha pensato quello che ha pensato. Tonì, io nello zaino c’avevo questo mondo e quell’altro e pure le chiavi di casa tua. Che dovevo fare?!
Ma io pure quella volta non mi sono cambiata le scarpe. A Bollate con la paga settimanale mi sono comprata le ciabatte. Che facevo venivo qua con quelle, a gennaio?!
Tonì, io sto quà lo stesso.

—-

Tonì sono le sei meno un quarto, tu hai sempre dormito troppo ma c’hai pure sempre avuto il sonno sottile.
Io per il freddo infilo mezza faccia nel collo del giubbotto e tutto quello che vedo da qua sono ancora quelle due scatole vuote che ho al posto delle scarpe.
Scarpe vecchie Tonì, scarpe che ho riempito di droga tutte le volte che me l’hai chiesto e di speranze tutte le volte che me lo sono concesso.
E’ con queste vecchie scarpe che me ne sono andata e con le stesse che sono tornata.
<<Tonì sono Andrea; ma davvero dormi? >>

—-

Ho trovato un lampione che funziona,almeno uno nei dintorni di via America.
“America”! Com’è che non c’ho mai pensato?!
Che se l’America è così fa veramente schifo.
Giro attorno al lampione, giusto per convincermi che sto freddo riesco ancora a muovermi. Si e no sono quattro mattonelle messe in croce.
Le scarpe Tonì, sono le 6:10 e mi guardo ancora le scarpe.
Lo sai a che stavo pensando?
Tra tutti i motivi che non ti fanno aprire quella porta sto trovando i più tragici. Sei stato un vero bastardo, un infame. Ma sei pure stata l’unica persona che abbia amato così tanto e non ce la voglio una brutta fine per te. Di certo per me non ho mai provato un amore così.
In cinque anni il metadone ha lavorato sulla mia disperazione. E’ assurdo come, crisi a parte, questo corpo si sia mostrato così indifferente alla dipendenza. Non ci stai in overdose Tonì, questo lo so. C’hai sempre avuto una lucidissima enorme paura; ti sei sempre fatto con qualcuno accanto..con me accanto. M’hai strappato pure da quell’unico lurido lavoro che m’ero trovata perchè dovevo starti a rimboccare il veleno.
Che poi Ibiza Tonì, no?! Mi dicevo: c’eravamo promessi Ibiza e l’eroina, giusto per ricordarci da dove venivamo o per sapere dove dovevamo andare a finire?!
Giusto per avere almeno una certezza, tra le tante che non avevamo, più o meno.

—-

Lo sai perchè non ci voglio dormire qua sotto,Tonì?!
Perchè, oltre che il freddo m’ammazzerebbe e diventerei un albero umano come tutti i tizi persi del polo sud, ma soprattutto perchè qua sotto, sui gradini di Felice Locariello, mi lasciavi a schimicare da sola, con le braccia e le gambe che sembravo uno schifoso foglio sporco e accartocciato e quello là, Felice, che mi svegliava la mattina urtandomi contro col sacco nero della spazzatura, quando scendeva a buttarlo nel cassonetto. Forse persino lui mi voleva più bene di te, Tonì. Forse se gli avessi suonato ore fa adesso starei al caldo in qualche stanza, lì, a casa sua.

—-

Tonì sono quasi le 7:00 è fa un freddo puttana che per pensare, per gridare, io non c’ho più le forze. Non mi basta più nemmeno continuare a girare in tondo su queste quattro mattonelle. Mi sa che vado da Gennaro, qualcuno ancora ci sarà… e se gli ricordo chi sono magari recupero pure un caffè, che almeno mi riscaldo.
Non c’ho un biglietto da lasciarti qua sotto la porta ma tanto manco lo vedresti mai.
Lo sai Tonì, gli alberi mi piacciono e stanotte c’ho avuto tanto l’impressione di essermi trasformata pure io. Non per il freddo, dico. Ma ho piantonato questa via che d’America di sicuro c’ha solo il nome, anche se quella vera io non l’ho mai vista.
Ho capito cosa sono le radici, Tonì. Io pensavo che eri tu le mie radici. Le radici sono quelle cose che si infilano sotto terra e si aggrappano forte per farti stare in piedi e che se le copri col catrame quelle prima o poi ti si girano e si rivoltano, e tanto fanno che lo spaccano, ma alla fine è sempre là che ti mantengono.
Io sono stupida e ignorante e di certo non sono mai stata una ragazzina per bene, però sono stata un sacco fedele alla terra dove mi ero piantata da sola.
Tonì gli alberi diventano sempre più alti e fanno le foglie. Poi mi ha detto Giulio del vivaio che se li tagli gli vedi pure i cerchi e se li conti capisci quanti anni hanno.
Ma io c’ho freddo Tonì, e lo so quanti anni c’ho. Ho ventisette anni e dicono che a ventisette anni non si diventa più alti.
Quattro mattonelle e se rimango un altro po’ sono sicura che mi ci piantano in mezzo.
Ma non voglio essere un albero, Tonì; io non c’ho le radici.
Io sono Andrea e c’ho le scarpe!

E fanculo Tonì, tu non so che fine hai fatto e qua fa così freddo che Ibiza manco me la immagino più. Mi faccio un giro più largo: non lo so dove vado ma di sicuro non c’ho voglia di piantarmi dentro a un fosso un’altra volta. Ci vediamo Tonì.
—-

Te la ricordi quella notte là, Tonì?
No, certo che non te la ricordi!
Quella notte là -che Dio la maledica e la benedica insieme Tonì- c’ho avuto sto coraggio che manco mi ricordo se ho mai avuto prima di te. Quella notte là, con le  solite vecchie scarpe sono tornata in via America numero 11 e con le stesse scarpe di sempre me ne sono andata via.

Gaia

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Mio marito aspetta un figlio da un’altra.
Strana la vita ma a me va bene così.
L’ho amato così tanto da dimenticarne il motivo,
e così è successo che non ho più visto nient’altro: né più lui né più me.
Non ho più visto il cane,ne il nostro giardino,né che l’auto era troppo pulita per rilavarla ancora.
Non ho visto più niente che non fosse il mio amore.
E allora mio marito adesso aspetta un figlio da un’altra.
Strana la vita.
Ma me lo ricordo quel giorno lì, davanti casa: dovevamo andare a prendere sua madre e a me non andava per niente, ma come al solito avevo fatto scivolare quell’insofferenza assieme alla canotta di raso.E’ come una carezza: pochi secondi di liscissimo moto verticale e tutto s’addolcisce.
E allora eravamo lì, avevo appena aperto la portiera dell’auto; avrei guidato io,tanto per sentirmi più coinvolta ma lo stormo di aironi mi fece tentennare.Pochi secondi di me e lui dai lati opposti della vettura,due sportelli aperti come ali di un uccello robot; guardavamo il volo prima che lo inghiottissero i tetti. Ho avuto appena il tempo di dirgli : << nostra figlia chiamiamola Gaia >> .
La verità è che ho pensato l’amore più di quanto abbia pensato a noi due: ho pensato a Lilli e il Vagabondo più che a Laura e Gianluca e ho sbattuto mille volte le ali di quell’uccello robot per andare da qualche parte a festeggiare gli anni che passavano.
Il concetto “insieme” lasciato in rassegna come i vecchi libri ancora da leggere che non leggerò mai ; ma del chi sta insieme a chi,come la risolviamo? Come fai a pensare a Lilli senza il suo Vagabondo?! Ne conosci i tratti generali,gli occhioni ed i sorrisi;intuisci un innamoramento e rifuggi al resto del racconto con la chiusa di dovere.Ti affezioni all’immagine e la iconizzi così per non cambiarla mai più.Non riesco a biasimarmi nemmeno da sola ma questo non me lo fa comunque apparire intelligente.
Avrei dovuto non rassegnarmi all’idea del matrimonio; avrei dovuto non rassegnarmi al tema del tempo che ci scorre dritto nel mezzo come se intanto si continuasse a comunicarsi qualcosa per il semplice fatto di condividere una casa e le bollette.
Perchè che ben mi ricordi ora,io non avevo più idee: ogni luogo mi sembrava già visto;ogni esperienza già fatta,ogni amico già invitato,ogni vino già stappato.Anche il nostro anniversario era diventato un memoriale sacro del primo.Ci preoccupavamo almeno di cambiare la spa,giusto per sentirci più giustificati.
Ci siamo incontrati a 28 anni e stare insieme ci è sembrato così logico.
Tredici anni volati come giorni ed io l’ho amato così tanto da non capirne il motivo.
Poi ho smesso di amarlo per amare l’idea di lui e l’idea di noi ed aiutarmi a sconfiggere la paura del “per sempre” che ci condannava insieme senza farci decidere mai,senza rinverdirci nelle intenzioni,come se non potessero cambiare.
Perchè il cambiamento è un tabù.
E mi sono inventata talmente tanti impegni per non vederci cambiare mai.
E mentre io fingevo,lui cresceva; e mentre lui cresceva io continuavo a tagliarmi i capelli sempre nello stesso modo.
Gli ho negato la mia fertilità per non sentirci morire in quell’attenzione che ci saremmo negati poi. Fantasticavo su un figlio raccontandomi mille motivi per i quali non avremmo dovuto farlo nascere e davo la colpa al mondo mentre lui piangeva via la sua voglia di continuare a creare.
Ma quel giorno davanti agli aironi non sono stata più coraggiosa: avevo solo capito di averlo perso e avevo smesso di fingerlo poco prima di andare a prendere sua madre.Il tempismo non è mai stato il mio forte.
Così mio marito adesso aspetta un figlio da un’altra e con il mio enorme ritardo ho avuto appena il tempo di dirgli : << nostra figlia chiamiamola Gaia >>, e tutto il resto di una vita per desiderare che mi chiedesse il perchè.

(foto: lipubenveneto)

sul pratico

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gnegne

Mettiamola così: ci siamo confrontati un po’; ok forse non abbastanza ma ci abbiamo provato.Ed io ho cercato di essere schietto ma educato; gli ho detto che non mi piacciono i suoi vestiti,che sono fuori tempo, che il mondo è cambiato ed ha bisogno di un abbigliamento che lo faccia sentire più protetto ma agile,perchè checcacchio,c’è un bel po’ da fare qui;gli tocca e se ne sarà anche accorto da solo.Imparasse a fare parkour pure lui,per esempio. Lui m’ha detto che non gli piacciono i miei capelli;che non gli sono mai piaciuti in verità.Mi ha detto che gli sta simpatico il mio bislacco idealismo perchè sembra anacronistico almeno quanto il fatto che lui ancora non porta i pantaloni.Che poi non sarebbe questione di gender; siamo ben lontani da questi frivoli discorsi: noi andiamo sul pratico.Mi ha detto che lo rimprovero troppo spesso e io gli ho detto che è un sacco comodo dire così.Mi ha detto che devo darmi una regolata cò sta storia del dare posto e nome alle cose,tanto non ci sono mai riuscito;di smetterla di affannarmi col futuro che non vedo;gli ho detto che mi sembrava utile imparare dalla natura ad essere lungimirante ma che pure in quella c’è qualche esempio di incoerenza che mi confonde.Mi ha detto che cos’ho tanto da lamentarmi,che alla fine ho una vita più che agiata.Gli ho fatto tre,quattro esempi di ordine mondiale: l’isis,le malattie,l’economia,l’inquinamento.. e lui m’ha detto che penso in scala grande quando c’è da ridere a stretto raggio.Quattro mosse di kung fu e ho capito che alludeva ad Adinolfi. Ecco,siamo tornati sul pratico!
Mi ha detto che non vado mai a trovarlo; gli ho detto che mi annoia parecchio,che non s’è mai rinfrescato un po’ a dispetto degli anni;mi ha detto che non è colpa sua, proprio non riesce a far ragionare i suoi caproni e le pinguine e che ha pensato già da un po’ di iscriversi ad un corso di pilates per ingannare quelle ore.Gli ho detto che tanto ormai siamo su strade diverse e lui mi ha detto che sembra soltanto ma abbiamo tante cose in comune che ci piace fare.Gli ho chiesto una.Ha detto ridere di Adinolfi,per esempio!Ma siccome lui se la spanciava a grandi eco di risate gli ho detto, vedi, sono ormai ventisei anni che non troviamo un compromesso,Dì.Facciamo che ripassi l’anno prossimo,chissà che cambi qualcosa;pare che 27 sia una tappa strana.
Mi ha detto intanto tagliati i capelli.

Ecco,siamo tornati sul pratico!

incendiary

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico, Uncategorized

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” Mia nonna mi portò a vedere il monumento dell’incendio di Londra e noi ci abbiamo portato nostro figlio.

La gente pensò che quella era la fine del mondo ma il mondo non finì: in tre anni ricostruirono la città più forte e più alta.Londra è stata costruita sulle sue stesse rovine ed è resuscitata ogni singola volta; le tempeste l’hanno devastata, le inondazioni allagata e la peste l’ha marcita ma neanche Hitler l’ha distrutta.

<< Bethnal Green sembrava l’inferno >> , diceva mia nonna, un mare di fiamme; ma noi siamo tornati come gli zombie e abbiamo edificato sulle macerie.

Io sono la città,Osama; io sono il mondo intero. Ammazzami con le bombe e io mi ricostruirò ancora più forte: sono troppo stupida per capire!

Yessan dice che sei un mostro malvagio ma io non credo nel male: il tango si balla sempre in due. So che sei arrabbiato con i leader dell’Occidente; vuol dire che scriverò anche a loro.

So che sei un uomo intelligente Osama, molto più di me, ma se vedessi mio figlio con tutto il tuo cuore, anche solo per un momento, la smetteresti di fare buchi nel mondo a forma di bambino; ti renderebbe troppo triste.”


Da Incendiary, regia di Sharon Maguire, 2008 (dal romanzo di Chris Cleave “incendiary”, 2004.)

Nuvoletta

storie

nuvoletta

Nuvoletta me faccio chiamà oggi, sì,

Nuvoletta.

Perchè sò disgraziata, perchè sò come ‘na

stronza che te se piazza là davanti quanno è

giugno evvoi prenne er sole,

che te ne vai fino a Ostia che manco te piace, ma là sta a regazetta che nun la conosci e già te la voi sposà a settembre.

Me faccio chiamà Nuvoletta;  ‘na stronza che te fa dispetto, che ‘n te chiede scusa manco a pagalla, manco a trattalla male ma te stà là come ‘n palo della lusce, dritta dritta cor muso de chi te sfida.

Che je n’hai dette a sta disgraziata de na nuvola de passaggio, a regazzì. Che je n’hai menate appresso de parole che n’se ponno dì.

Che l’età tua te fa bello e la mia me invecchia

e la gente n’ce voleva vedè camminà tutt’e due pè la strada, mano nella mano come a due innammorati.

Nuvoletta sò io; 53 anni de vita de passaggio a nasconne er sole alla gente.

Che ce n’hai imparate de cose tra le gambe mie, regazzè; ‘n te facevano ombra quelle. N’ero vecchia all’ora.. e come te piaceva tutta la storia che te raccontavano l’occhi mia.

Che le nuovolette ce stanno bene ner cielo sereno, che pare dipinto.

Ma io non sò dipinta regazzè. Sò de passaggio. Pè tutti.

Nuvoletta me faccio chiamà oggi,

mettetevelo nella capoccia; perchè sò de passaggio e va bene così.

C’avete mannato i figli vostri quà, a famme dì se sò ‘ngamba, a educalli a riconoscè er profumo de na donna da queo de na sottana.

De passaggio pure sui marciapiedi, Nuvolè.

De passaggio che è tutto un passeggio,

Nuvolè.

A solita cosa che sò bona, sò la migliore pure mò a cinquantatrè anni, che sò la santa protettrice de tutte le regazze soddisfatte de sta città.

Jè volete bene voi a Nuvoletta vostra;  jè volete bene quanno vè strizza l’occhi e famo le mogli felici in due: quanno tornate a casa e jè portate i fiori e i sensi de colpa.

Jè volete tanto bene voi a Nuvoletta vostra,quella de passaggio; così bene che se n’giorno se n’ammora dè ‘n regazzetto e pe passeggio ce và davero, ma pella strada è vestita come na signora, nun la riconoscete,

ma jè dite che non se po fà de sporcà la vita de ‘n giovenotto; che l’amore n’è pè lei. Pure se mò sta ar centro strada e mica al lato.

Jè volete bene a Nuvoletta e ar giovanotto; talmente bene che li dovete ammazzà.

Voillà, regazzè, ridi, che te credevi?!

Che te credi mò,regazzè?!

Ridi, che sta da vivere, che devi prenne er sole pè la fanciulla de Ostia.

Ridi che c’avete tutta la gioventù pè dimenticavve de me.

Ma all’età mia ‘n sè dimentica ppiù; se fa finta de niente,

ma è diverso.

Che te credevi regazzè?!

E che te credevi, a Nuvolè?!

Ch’io vado a passeggio, mica rimango :

sò de passaggio.

Pè tutti.

Tranne pè me.

Esperimenti&Calamite (EmptyCapture)

appunti

imageC’erano tutte quelle calamite con le parole in inglese, una sera a Lecce, sul frigorifero di casa Leone.
C’erano un sacco di cose non dette, una sera, ovunque nel mio stomaco. Senza troppo pensare, in un valzer di dita, le ho trascinate l’una accanto all’altra, le calamite con le parole non dette.
Tentando di accettare che la vita è un ballo di esperimenti strani e che tra quelli c’eravamo anche noi.

“every experiment between me & us”.

apnea part-time

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico

foto e collage di Nicolò Pertoldi

 Mi ricordo che contavo le mezz’ore a  gruppi di dieci minuti ciascuna.

Mani incrociate dietro la bassa schiena, spalle ben aperte come fiere ali d’aquila e mento alto, come sostenuto da un traliccio.

Ostentavo gentilezza, regalavo la sensazione di star aspettando proprio loro, tra tutti; accoglievo la loro non-voglia di informazioni, ingannavamo insieme il tempo in cui si provava a provare un fremito di gioia all’idea di essere finalmente usciti da casa, eccetto poi trovarsi ingarbugliati nel tritacarne di un ipermercato.

Succedeva soprattutto la domenica, quando la gente sperava ansiosa nell’arrivo del lunedì, inizio di giorni tutti uguali, non sapendo più inventarsi la libertà.

Veniva a parcheggiare l’anima nell’ennesima sala d’anestesia, in un bagno di profumi, chiasso, musica, scarpe e dopobarba.

Facevano scivolare i cani sul pavimento lucido dei corridoi di fòrmica.

Ed io ero lì, sulla soglia di una porta automatica: impettito, educato, accondiscendente, a contare mezz’ore a gruppi di dieci minuti ciascuna:

meno dieci…

meno dieci…

meno dieci…

Mi ricordo il sollievo che mi dava una scala mobile che mi portava dal piano terra al primo; guardavo la mano destra riposare sul nastro rotante nell’attesa di una griglia di carta da firmare.

meno dieci…

Mettevo l’accento sul mio nome e alzavo il passo verso le scale un’altra volta.

La fotocellula informava la porta automatica che avevo smesso la mia posa perfetta, che stavolta avevo fretta d’andare via, di respirare.

meno dieci…

Soffrivo la sindrome da apnea part-time con contratto a chiamata.

voi non siete come noi

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico
illustrazione di NIcolò Pertoldi

“Polpi di testa” di Nicolò Pertoldi

Adesso che sono orgoglioso di questa identità,nonostante i snt. Andreas;

adesso che è terra davvero, ancora secca e spaccata, magari pure per sempre, anche se ricca di buoni “ma”;

adesso che mi sembra umido abbastanza da essere fastidioso, ma va bene per iniziare una vita da batteri e cosìsia;

adesso che, se non sono stanco, gli occhi stanno su e fanno il loro dovere assieme alle orecchie e la bocca non parla assai,

mi ricordo che ci sono veicoli umani a conduzione elettrica.E vanno eh?!Si che vanno.

E’ che se i bambini si stancano di noi, c’hanno ragione : facciamo paroloni di cose che loro farebbero anche meglio e senza spiegarle. Non c’hanno bisogno di dirla, la semplicità.

Ma mi concedo lo spazio per domande complicate di servizio,come:

“Se metti una bruschetta in un vaso con un po’ di terra,poi che succede?!”

E’ passata una bambina l’altro giorno in via Duomo, mentre andavamo al palazzo Galeota; ha detto: << voi non siete come noi! >> , con molto giudizio e poca curiosità negli occhi, potrei dire di primo acchito.Credo c’avesse ragione ma lei non se n’è ancora accorta di essere nata già vecchia.

Ma si fa sempre in tempo a diventare come Benjamin Button.

Così noi parliamo, scegliamo parole affinchè sembrino grandi, sembrino belle; parole che sembrino eleganti purchè sembrino lontane da qualcosa di fisico, tangibile, concreto, connotabile.

Che le parole mi sono sempre piaciute,almeno quanto poco le sopporti.

Ma con le parole (ah, le parole), quelle parole, oggi vorrei saper scrivere una canzone triste e bella, una canzone che ti apra la strada verso i miei luoghi veri e che ti mostri che con tutti i nodi che ho, magari puoi improvvisare due note, strimpellare coi polpastrelli una musica disgraziata.

Che dedicarsi include, come fattore determinante, fottersi il cuore sul gradone di  un’abside, in una chiesa sconsacrata di provincia, per salvarsi poi, volendolo fortemente, pure fosse in un pisciatoio.

E guidare a notte fonda, bagnato fradicio da un pastone di saliva, preghiere e gran rosari di tristezza.

O dare tregua ai polmoni, cercargli una tettoia ancora più a sud e sedermi sul pavimento della cucina di una vecchia scuola per operai; starmene appoggiato a una vetrata, per raccattare un raggio di sole.

Io,armato di tenaglia, martello ed un piede di porco, che comunque non so usare contro il lucchetto del tuo portone.

E spazio per domande complicate di servizio come:

” torneresti mai a riprendermi? ” .

E la certezza di risposte che non voglio avere, tanta paura mi fai.

Ma c’ho due palle enormi, lo sai?!

Che ci vogliono due palle enormi per accettare di fottersi il cuore e lasciarlo sul gradone di  un’abside, in una chiesa sconsacrata di provincia.

E ci vogliono due palle enormi per rimanere o per sperare, o per credere.

Che credere non è gratis.

Che non lo so quanto si regge ogni volta:

ogni volta che qualcuno non ti riconosce,

ogni volta che le parole sono tagliate in sbieco,

ogni volta che bisogna elemosinare un’attenzione

o uno sguardo innamorato.

E’ che se i bambini si stancano di noi, c’hanno ragione : facciamo paroloni di cose che loro farebbero anche meglio e senza spiegarle. Non c’hanno bisogno di dirla, la semplicità.

Se devono lasciarti,ti lasciano. Loro lo sanno dove andare e non c’hanno bisogno di scusarsi se hanno il cuore altrove: non lo trovano un reato.

Ma poi si vive a saltelli tra contraddizioni e posizioni drastiche.

<< VOI NON SIETE COME NOI! >> , ha detto.

Il contrario, cara vecchietta in un corpo acerbo, quanto male ci avrebbe risparmiato?!

Fino a che una sera bevi del vino e mangi biscotti d’avena e cioccolata al 70%; ti ricordi che a qualcuno viene anche spontaneo ascoltarti, orecchie a parte. E poi che esistono veicoli umani a conduzione elettrica. E vanno eh?! Si che vanno.

il cacciavite

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico
twist&shout by Nicolò Pertoldi

twist&shout
by Nicolò Pertoldi

E’ il sogno del cacciavite in mezzo ai denti
(agli incisivi) ,la striscia bianca sul naso e gli occhi grandi “tirati da sotto e da sopra”.

No,non è stato un incidente: l’ho conficcato io per guardarmi diverso,a denti larghi,come quando ero piccolo.
Nel nero camerino del teatro,
lo specchio con le lampadine,
il cerone bianco e il maglione a frange.
Sembravo un topo o un coniglio?
Si,ma comunque avevo occhi chiari.
<< Come sei cambiato,così te ne vai in giro? >>
<< Così in scena! >>

Non scriverò niente che abbia un senso.Uno apparente,almeno.

Certe volte mi ripassano davanti le centomila vite che avrei potuto vivere fin dal principio.E le guardo con occhi grandi e chiari, “tirati da sotto e da sopra”.

C’ho messo dieci anni a fare andare le cose per bene;ci ho messo dieci anni a capire che cosa speravo di trovare dopo un’altra fuga a denti stretti.

Ma ora me li allargo con un cacciavite, per guardarmi diverso.
[mi sa che stavolta non ho avuto paura]