t’ho fottuto

Uncategorized

(non so quanto tempo fa,con Ly’ alla mostra di Ivan)

e vabbè,facciamo così,giacchè di cose ne sono successe,giacchè mica non ho niente da raccontare,giacchè dico troppi giacchè.
allora mi tocca di prendere a picconate questo muro scritto perchè voglio scrivere ancora e mi sembra di aver bisogno di uno nuovo,e prendere a picconate pure il muro anti-tempo,che è stato parecchio ingombrante anche quello ultimamente.

“Maddai,Nico,Gnico,Nì,dimmi tutto che già vedi che saltello sui miei piedi che non riesco a metter il fuoco basso sotto il pentolone curiosone..”
“innanzi tutto,non chiamarmi Nico così non mi viene voglia di prenderti a cazzotti ma magari mi viene la voglia di raccontarti!”
ecco,mbè,comincio ad elencare più o meno (tanto so che poi vomito parole) così ci prendo gusto e almeno rompo il ghiaccio.
Ho sentito Annalisa.Si,altro nervosismo,altra rabbia,altro bla bla del cazzo ma è perchè mi sento cambiato,cresciuto e fottutamente stanco.magari sbaglio,magari è insofferenza,magari le sto pure rompendo le palle ma un pò me le son rotte pure io;
Ho scritto a Cinzia,che una risposta se la meritava,i miei amici li sto trascurando un pò ultimamente ma questo è sempre per il muro anti-tempo,non è propriamente colpa mia,cioè si,anche,ma tra raffreddoraccio,notti insonni,tentativi disperati di finire e consegnare,progettare e i tentativi di tentare a tentare tentando d’essere felici.mb’è oh,che volete,il tempo se ne va.che il tempo è più fisico di quello che sembra.e passa lui,pure il fisico passa.
Vabbè ma pure la scrittura è fisica.e ultimamente non c’è stata.mò c’è.almeno tento di tentare.
-si vabbè ma mò che c’entra?!-
ZZitto(con due zeta)che continuo.
Vabbè,siamo andati a sentire gli Hurts,che sono dei grandi anche se noi non abbiamopotuto ballare ma almeno abbiamo pianto e saltato.Dò di più perchè dice che la musica è tanto intima,che svuota e riempie.C’ha ragione che è invasiva e pure prepotente,mica te lo chiede il permesso,anche se son convinto che la nostra è proprio una resa a prescindere,glie lo daremmo comunque il via libera.
stupidi quelli che non vogliono sentire “quellacanzonelà”perchè “i ricordi,sai i ricordi,i ricordi fanno male..” e sì,grazie al cazzo,lo sappiamo,i ricordi fanno male ma mica puoi punire la musica,ascoltatela e esorcizzatela.Comunque questo è il mio ennesimo tentativo di monopolizzare tutto con le mie idee.è che sono presuntuoso quando sono accellerato,ma presuntuoso buono,dico io.mi sento bene,cazzo.sono io.
Ah mi sono tolto le scarpe per farle fotografare a Dò che ha detto che era la foto più strana che stava per scattare tra quelle già collezionate per il suo progetto.Minchia se è uscito bene.Ma lei è sempre stata una tipa interessante,stimola,a differenza di tanti.
ok,che altro ho fatto?!
Ho disegnato e disegnato e disegnato e bevuto quella fine di tequila con Puppu e ci siam fatti in tre gli spaghetti piccantissimi col peperoncino bruciato ma solo perchè lui ha sbagliato ma non lo voleva dire;pure il pepe c’ha aggiunto.
DEVO COMPRARE I PENNELLI E I COLORI,voglio sfruttare l’entusiasmo.
In brera siamo andati con Lollo,ci siamo respirati una bella aria di vinello profumato,la musica vicino alla gelateria che le ricordava il viaggio a Nantes che le è un sacco piaciuto;abbiamo fatto i turisti in questa Milano-corridoio e ci siamo visti in silenzio la mostra di alcuni artisti per sopperire alla porta che ci hanno chiuso a corso como 10.che sfiga.ma almeno abbiamo mangiato i biscotti tedeschi.
Mi sono appesantito un pò le scarpe (citando il mio amico Oskar,che è un grande!) con il gruppo da cinque che è difficile far funzionare ma alla fine ce la si è fatta.Abbiamo pure deciso una collezione durante un aperitivo.difficile da crederci ma quella sera abbiam lavorato e io ho scoperto che se sto in giro nel casino lavoro meglio.mi eclisso meglio.Ho inventato nuove definizioni,slogan e grafiche.niente male in tempi da record!L’ho detto a Lollo,mi sa che prima o poi ci toccherà stilare la nostra lista di caffetterie e vinerie preferite.previa calcolo veloce ed approssimativo dei rimasugli nel portafoglio.ma veloce veloce,giusto per non scoraggiarci :).
Lavorare sotto pressione,pare dia frutti.Abbiamo parlato con la prof dei suicidi di massa dei giappo,ho detto che non sono razzista ma ho paura dei giappo lo stesso,lei s’è messa a ridere e ha detto che “loro se gli va male a lavoro scappano a buttarsi sotto una metro”,ne parlavamo in modo facilotto,chiaro,lungi da noi sminuire la questione con una dose di tuttologia ma le ho detto: “prof,secondo me tra un pò lo faranno anche i milanesi!”.S’è messa a ridere di nuovo.
ecchè ti devo dire più?…Si,si,mi piace scrivere sgrammaticato mò che vuoi?! ah ok!
Ho riscoperto un pò di autostima,lo sai?! minchia se serve.
S’è progettato tre collezioni in due settimane e mezzo,praticamente inventato un esame dal niente,elaborato trame,discorsoni,concetti,tessuti,maglie..tè,caffe al ginseg,takiflù tarocco style,amicizie,nervosismi,malattie.uno zainetto bello pieno per un bimbo che come me ha appena iniziato ad andare all’asilo,no?!
vuoi sapere come è andata,dici?!
Mbè trenta.ma non è quello,è che una prof innamorata degli studenti non è che la trovi in giro così facilmente,ed è che la mia voglia di lavorare mica è sempre così stimolata,è che tante cose.
Mi sto riscattando di tante cose che ho fatto e mi son fatto!Ce la dobbiamo fare a spaccare quest’anno,cazzo,il potenziale che ho tanto lasciato a dormire non è svolazzato a posarsi in qualche altra vita!
La vita è come vuoi che sia??! frasaccia,sai,ma per fortuna dico io! almeno non è noiosa.
Senza delusioni,scazzi,complicazioni,chi saremmo mai?chi e come ci stimolerebbe a nuovi pensieri,chi ci spingerebbe a divincolarci in cerca di nuove soluzioni?
Artisticissima la vita,noi siamo burloni,lei peggio di noi ma non è mai un gioco a peredere anche se per noi è una soddisfazione poterlo dire quando dobbiamo fare i depressi cronici.
Sono tornati i Negrita nelle orecchie,lo sguardo volpino sotto le sopracciglia.
RESPIRO RESPIRO RESPIRO!
l’odore del caffè è una figata,il sapore non troppo.
Ho mandato giù pillolette omeopatiche e strana carne cinese con spaghetti viscidosi e piccanti.e una tortina fumante di mela e marmellata e un nuovo cookie…e un altro paio di cose nuove.
Devo dire a Marica che sto mantenendo la promessa su tutti i fronti.
mi sto riempiendo,devo andarlo a gridare sulla tibaldi e un pò più giù sul naviglio.
ho scritto,pure tanto,non vedi?
t’hoo fottuto,muro del cazzo!
😀
to all

il cane corre

amicizia, angoscia, cane, dispersione, pitbull, sogno



<!– @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } –“Era solo un cane ma con se si porta la certezza di aver affidato la tua vita a persone sbagliate. Solitudine e smarrimento. Non era un cane piccolo e indifeso, ma un cane che incute timore e riverenze. Troppa importanza agli altri. Poca a te stesso.”

Ho bisogno di bloccare questo sogno,prima che scappi,prima che si dissolva senza più ritornare.

Siamo partiti con quella vecchia macchina scura,probabilmente era verde ed io non vi conoscevo,la vostra fisionomia non mi ricordava nulla di familiare.Ricordo che c’era un sole d’agosto rovente,che io dovevo recuperare le ciabatte insabbiate del guidatore prima di salire a bordo.

Cerco di tornare indietro,di cercare qualche immagine più nitida ma proprio non ricordo perchè fossimo li,sembrava una gita al mare ma sembrava anche uno squallido cimitero dimenticato tra tanta sabbia e quattro piastrelle da bagno bianche;piccole fotografie in bianco e nero e vecchie anche loro,senza nemmeno un fiore,un gesto d’affetto.

Io non avevo fiducia in una giornata così nè dei miei compagni di viaggio sconosciuti,mi sentivo terribilmente angosciato.La macchina è partita.

Stavamo cercando un rifugio sperduto,ipotizzo un bed&breackfast in cima a una collina desolata e piena di ingiustificato asfalto,ricordo solo metà di uno stereotipato nome russo che stamattina ancora sapevo,avrei dovuto appuntarmelo.Assomigliava al nome di uno scrittore e al risveglio l’ho reso irreale,sarà per questo che l’ho dimenticato.

Ricordo bene il paesaggio in corsa fuori dal finestrino,era uno di quelli che piacciono a me,pieni di racconti silenziosi nella semplicità brulla e rozza e ancora romantica di terre e pareti di argilla rossa addensata;luoghi che l’uomo non cura,che al massimo deturpa.

D’un tratto mi sono voltato verso l’interno del mezzo e gli sconosciuti sono diventati volti amici,Vincenzo al posto di guida e Marica accanto,che guardava all’esterno.Tutto ciò mi ha rassicurato mantenendo invariato il mio senso di angoscia.

Non so dove fossimo ma qualcuno in quel rifugio dal nome russo aveva predisposto per noi una breve visita guidata alle rovine del luogo sconosciuto e noi ci siamo andati.

Siamo entrati in una sorta di grotta,in realtà un arco naturale di roccia,eravamo noi tre la sotto a meravigliarci del groviglio di foglie e fiori incastonati nelle crepe come diamanti.

Io sentivo fisicamente di non riuscire a reggere i ritmi del sogno,non capire mi rendeva sempre più angosciato e stavolta iniziavo anche ad innervosirmi.

L’arco finiva tornando alla luce,luce in cui ci aspettava Maristella,semplice con i suoi ricci,una t-shirt rossa e un paio di jeans,la riconoscevo senza conoscerla ed è strano da dire.

Come se la rivelazione di chi siamo (nel caso del sogno,di chi saremmo stati),salisse dai bollori interni della pancia.Lei era appassionata ma distratta da un velo di preoccupazione costante,di apprensione che la portava velocemente a scusarsi e a rispondere al telefono appena le squillava.Probabilmente attendeva notizie di cui non conosco la natura.Era la nostra guida.

Io Marica e Vincenzo restavamo nell’ombra di quell’arco mentre lei spalancava il suo braccio sinistro per indicare quell’enorme santuario davanti a noi e che a vedersi non sembrava affatto in rovina,tutt’altro.

C’era una targa ,“Isabella e il piccolo”, c’era scritto. Ma lei non ci ha spiegato di più ed io non ho idea di chi fossero gli individui a cui abbiamo fatto visita.Poi Maristella è scoparsa percorrendo delle scale dietro il santuario,rapita dagli impegni preoccupati.

Io ero più interdetto che in precedenza.

Abbiamo raggiunto il rifugio col nome russo,sembravano trulli su un’enorme salita ma non ho avuto il tempo di entrarci perchè siamo subito ripartiti oltre il cancello,verde come la macchina che ci aveva portati fin li.

Avevo detto a Vincenzo che scendendo avremmo dovuto proseguire dritto ma lui ha svoltato a destra,ci ha fatto paura mentre,dall’asfalto alla sabbia,sembrava aver perso il controllo del mezzo,tanto che credevo ci saremmo trovati sommersi dall’acqua in pochi istanti.

Ma lui è stato bravo nella sua imprudenza,ha sterzato velocemente e la sabbia è volata via dalle ruote veloci.Eravamo a pochi centimetri dal bagnasciuga.Lui ha riso ancora ma ho indovinato lo spavento anche in quel sadismo inventato all’improvviso.

Era tutto terribilmente buio,non c’erano luci eccetto i fari dell’auto ed il cielo non aveva che piccole tracce di blu:era tutto nero e dell’acqua si percepiva solo il rumore, qualche riflesso e accenni di schiuma salata.

Siamo rimasti li per qualche minuto,il tempo di riprendere contatti con la realtà,capire cosa stava succedendo mentre i fari continuavano ad illuminare quell’unica porzione di sabbia umida e non battuta.

E’ stato un attimo, e lui è passato,credo di aver rallentato io da solo quell’immagine.

Era un cane,un cazzutissimo pit-bull a pelo castano-arancio e correva via,correva velocissimo con una forza tale che la raccontava ogni singolo muscolo del suo corpo in movimento.

Potrei dipingere quella scena sperando di essere bravo nel trasportare quanto vuoto e smarrimento mi abbia dato.L’ho visto sparire nel buio ed ho sentito staccarsi qualcosa,si è spenta anche la mia luce,si è chiusa la scena mentre conservavo l’eco del tamburo dei suoi passi,dei suoi nervi tesi,della sua fuga così impegnata e assorta.

Ho sentito Maristella,le ho raccontato alcuni particolari di questo sogno.

Lei mi ha risposto così:

“non sai per quanto tempo ho messo quei jeans e quella maglia.Ho fatto un esame sui sogni e ti direi che la grotta è il tuo ventre,il tuo interno,l’inconscio.

Il cane è un simbolo di amicizia che in questo caso va via,scappa.E il raggio di sole è la speranza che riponi in un momento così,buio ma pieno di cose.”

poi mi ha proposto una visione più accurata in un secondo momento,ha detto: “ho scritto di getto,con il cuore e senza occhi” aggiungendo: ” Quando si parla di me scrivo in terza persona così mi riesce piu’ facile prendere le distanze, come non fossi coinvolta”.

In realtà mi ha proposto un viaggio,un viaggio strano che a farlo fa rabbrividire tanto ti attraversa mentre tu attraversi lui.

Il resto di ciò che ha scritto lo lascio a me,alla mia intimità,a chi mi abita dentro,così ribelle e composto al contempo.

Tutto ciò io non l’avevo calcolato eppure sembra così vicino alla realtà.

X452

diversità, paura, sotteraneo, x452



Nei sotterranei di Menticor,un laboratorio sperimentale spacciato per un ospedale per vecchi veterani di guerra, qualcuno ha gettato in luride celle con porte metalliche gli scarti viventi di esperimenti mal riusciti,sono mezzi uomini e mezzi animali.

Nel tentativo di scappare dalla sua prigionia,l’esperimento x452,un risultato perfetto di carne umana transgenica che si fa chiamare Alex, creato e addestrato come il soldato perfetto,l’arma umana,si infiltra nei corridoi sconosciuti in cerca di un’uscita e incontra Joshua,un uomo alto con denti da gatto e volto felino.

Con lui individua una possibile via d’uscita.

Joshua: Alex va fuori?

X452: Si Alex va fuori,questo è il piano.

Joshua: Joshua va fuori.

X452: Tu vuoi uscire Joshua?

Joshua: Si Alex e Joshua fuori.

X452: Sei sicuro? È che li fuori non ci sono altri come te e la gente si spaventa facilmente,ha paura delle cose diverse.Dico solo che passeresti da un sotterraneo all’altro.

l’incendio

crescita, due di due, incendio, indifferenza, notte, pensieri, sirena


una sera è stata strana,non perchè strana significhi brutta o chissachè.
insomma,una sera è stata strana perchè strana,come al solito per me,vuol dire rivelatrice.
non che rivelatrice significhi necessariamente che porti nuove gradite rivelazioni.
ma questo è il mio solito modo di perdermi in mille preamboli in cui annodarsi è facile ma uscirne diventa sempre più difficoltoso.e ho gia cambiato discorso.
punto e a capo.

L’altra sera(non mi ricordo esattamente quando),
erano più o meno le due e mezza della notte ed io camminavo nella porzione sporca ed umidiccia di città che mi accoglie ormai da un pò.
farmi quel tratto di strada alla sera mi rende felice di quella condizione esistenziale che solitamente si definisce solitudine.ma è una solitudine all’aria aperta,piena di respiri buoni,comunque vada,tra i riflessi delle pozzanghere milanesi.
Quella sera nel mio tratto di strada notturna,il fruscio del traffico rarefatto e le luci brune si sono spezzati al suono della sirena dei vigili del fuoco e al suo colore blu lampeggiante.
Quel suono e quel colore rotolavano in corsa su ruote spesse verso casa mia.
Io lento,sereno,con nessun allarmismo ho continuato,destra sinistra,sinistra e destra,cappuccio sulla testa, mani in tasca e tintinnio di chiavi e catena.
Ho passato il tempo a chiedermi se la casa che stava bruciando fosse la mia,se il fumo denso che adesso vedevo e odoravo fosse quello delle mie tende gialle,dei miei libri,dei miei progetti,dei miei quadri;ho immaginato che tutto si stesse consumando come una vecchia fotografia lanciata nel fuoco vivo di un camino.Rattrappendo,sparendo in se stessa.
Non ho trovato nulla per cui valesse la pena correre precipitandomi in un’ingenua eroicità da “adesso salvo tutto”.
Mi ricordo giusto qualche anno fa,quanto mi sembrava assurda l’idea di partire senza portarmi dietro le “coseimportanti”,e la valigia si riempiva e riempiva(libri,musica,pennarelli,le felpe preferite,i pantaloni del nonsisamai,il bracciale portafortuna,le scarpe in più del semivestostrano..),ingombrato ed ingombrante.
E poi la valigia ha iniziato a diventare sempre più leggera,più essenziale,più piccola,uno zaino.
Perciò adesso era inevitabile cercare di passare nel mio scanner mentale ogni oggetto in quella piccola casa affogata di me e non trovarci nulla di essenziale,appunto.
Come immensamente si cambia nel corso del tempo.
Come ininterrotamente ci si critica.
E allora ho continuato a camminare lento trai bagliori dell’umido sull’asfalto,osservato la punta di ciascun piede,di ciascuna scarpa,mi è venuta voglia di tirar dritto per chissàdove,fermarmi solo quando avrei trovato un posto che valesse la pena di essere salvato dalle fiamme,che valesse la mia corsa.
Ma poi ho sorriso.
Ho pensato a come si eleva un’anima,a quanto bello diventa accorgersi di essere così distaccati dalla materia anche a costo di sentirsi un pò più soli e persi ogni tanto.
Ho pensato a Guido di “duedidue”,come lo pronuncio fitto io,con la terra che gli scotta sotto i piedi troppo in fretta;l’ho guardato per un pò attraversare al penultimo incrocio prima di arrivare nella casa in cui vivo adesso,vestito di quel completo grigio e corto per polsi e caviglie,rapato a zero e la pistagnina stretta in gola.Non mi ha guardato,sono io che ho visto lui.
Nemmeno lui correva ma era svelto e andava al 16,come me.
Diresti che fin ora Guido s’è costruito solo una vita triste e vuota,come se avesse camminato su lunghe strade con muri altrettanto lunghi sulla destra;come se lui avesse proceduto per tutto questo tempo puntando sempre il pastello a cera rossa su quel muro, senza mai guardarlo.
Come se avesse lasciato segni senza davvero lasciarsi segnare.
una linea continua,non dritta.Variazioni che seguono l’andamento di un braccio attacato ad un corpo,un corpo che contiente vene,del sangue;del sangue pompato da un muscolo che fa troppo lavoro per una vita sola.
Un segno R,come di ritorno o di rinascita o di restare.
Non vuol essere il solito tentativo di assomigliare alla descrizione di qualcun altro,sarebbe anche triste,ma Guido è esattamente quella parte di noi,in questo caso di me.
Lascio ogni giudizio a persone diverse,persone che non sono io.
Perchè io non ne ho bisogno.

quando sono arrivato al 16 non era in fiamme casa mia,non era in fiamme nemmeno una parte piccola del palazzo.Nella via del 16 non c’era fumo ne puzzo di fumo,non c’erano sirene nè luci blu lampeggianti.C’era Guido che stava andando,aveva suonato al mio citofono senza insistere una volta di più.Io sempre lento,sereno,con nessun allarmismo ho continuato,destra sinistra,sinistra e destra,cappuccio sulla testa, mani in tasca e tintinnio di chiavi e catena.
Non ho tentato nemmeno un attimo di trattenerlo.
L’ho visto andare via nel suo vestito grigio,di spalle.L’ho visto dissolversi piano,poi ho aperto il cancello,il portone,la porta di casa.
Ho guardato con non curanza tutto il micro mondo attorno,l’ho avvolto di indifferenza,quasi come fosse scontata la presenza di ogni singolo oggetto;ho guardato con gli occhi di chi dice che nulla gli è indispensabile.
Lì al 16 era tutto al suo posto ma qualcosa di invisibilmente reale stava bruciando e non di certo l’acqua sarebbe stata sufficente a spegnere quell’incendio.