pensieri strappati agli ultimi giorni -4- conclusione.

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Poi un giorno dopo o due,quel treno è arrivato.Cinzia é scesa e ha riempito casa mia di quella semplicità che era solita abitare con noi negli anni che abbiamo condiviso,ovunque decidessimo di alloggiare,anche solo per un secondo.

Mi stavo per intrufolare in giorni strani,l’ho capito quando venerdì mattina scorso siamo andati a fare colazione al nabar.Non c’ero più entrato dopo Freddy e avrei volentieri continuato così.Ma non fa bene evitare.

Non lo so che succede quando mi fermo a pensare in astrazione dal mondo,non so bene a chi mi rivolgo:quelle poche volte in cui pronuncio nomi scopro che la lista finisce al numero due ed uno di questi è un nome proprio di persona,Mamma.

Mamma è un’entità,è donna,e ciò che più conta,non è suprema.

Allora quel venerdì là,siamo entrati al nabar e le ho chiesto:

“Mamma,com’è che tutto cambia in fretta?!Insomma,quando butti qualcosa nel fuoco e tu resti a guardare, ti accorgi dell’ossigeno che si consuma,della materia che incenerisce.La vedi accartocciarsi su se stessa,sai che sparirà.Ma Mamma,com’è che invece ci son cose che non bruciano,che non si accartocciano,che non hai il tempo di salutare?!”

Ho capito che tutte le volte che chiamo quell’entità non è nel tentativo di ricevere risposte,piuttosto quello di giustificare il mio capriccio di bambino,colpevolizzando quel che non si può incolpare.

E’ l’intolleranza,l’inutilità dei pugni che daresti all’aria,invisibile complice dei più elementari mutamenti.

Ed io che credo nell’evoluzione,nella combustione perenne;si,anch’io provo difficoltà ad accettare un cambiamento grande come la morte.

“Perchè Mamma,tu non mi dai le risposte ed io a volte non sono pronto,tutto succede e basta.

E cambia tutto.Guarda Mamma,guarda qui,nel mio bicchiere.Al nabar anche il solito succo alla mela non è lo stesso da quando Freddy non c’è più!”

pensieri strappati agli ultimi giorni -3-

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Credo che il cuore abbia un attimo rallentato.
No,non dico nella sua funzione primaria,anzi.Il sangue lo pompa sempre,l’ossigeno arriva.
Per fortuna però mi ha concesso di riparare con l’impalpabilità di un raggio di sole a quell’euforia grigia da abbandono.
Giurando che la vita è un gioco dell’assurdo (solo perchè l’assurdo l’abbiamo inventato noi!),ad ogni passo c’è da sorprendersi.Tutto quello che avevi sottovalutato in partenza sa rivelarsi efficace mentre tutto il resto effimero,scivolando via,non con meno fatica,alle leggi del muscolo supremo.
Quanto conforto in un treno che viaggia verso te,per tanti chilometri.
Però questo è un ciclo di appunti (ormai quasi concluso) di giorni di rodaggio dell’anima.
Faccio finta di dimenticarmi dal meccanico i sorrisi di oggi per non far passare troppo tempo e sputar via le ultime spine,nella volontà di non volermi abituare al dolore di punture costanti.
E poi il tempo trasforma tutto,anche i ricordi;li solleva e li distacca dal reale.Più tempo passa e più sarà diverso.
Ecco perchè io prendo appunti.

Una notte prima o due che quel treno arrivasse in Milano,stazione centrale, ho incubato.
Incubare stavolta sta per “fare un incubo talmente ingombrante e vivido che ti entra nella pancia e sembra una gestazione”.E’ una definizione un pò lunga effettivamente ma mica sempre si può contare sul dono della sintesi!

C’era mio padre,c’era il diavolo,c’era una stanza bianca,di una pulizia chirurgica;c’erano enormi anfore tozze,bianche anche loro,disposte su scalinate improvvisate,come quelle che si trovano nei campetti da calcio dei campi sportivi.
Che c’entra papà?! Non lo so: io racconto,non interpreto.
Quello che so è che quelle anfore sulla mia destra erano colme di liquido rosso e vitale ed io ero capace di guardarmi da fuori,in un’astrazione,oltre che di sentire esattamente ogni minima vibrazione del corpo.
La mia prospettiva astratta non era centrale: osservavo quella piccola stanza diafana disposto diagonalmente davanti all’entrata,tra la scalinata e la porta.

La traiettoria del mio sguardo aveva il punto di fuga aldilà della soglia e tagliava il centro vuoto di quel posto così bianco e così oscuro.

Quindi la mia astrazione era difronte all’entrata e al me corporale,fisico,che a sua volta era di spalle a quell’unica via d’uscita.

In questa complicata trasmissione dell’immagine,scrivo qui i miei appunti veloci e freddi aggiungendo soltanto che quel dolore fisico mi ha distrutto anche al risveglio:

“Ho parlato col diavolo,non so che volesse.Mi ha conficcato il ferro nei tendini dei piedi,come enormi aghi attaccati a cannucce di plastica trasparente.Mi ha appeso a testa in giù ad una sbarra di ferro,nudo ed ha succhiato tutto quello che poteva.Tirava il ferro,tirava la forza di gravità.

Ho sentito il male dentro e non capivo dove corresse via tutto quel sangue.

Papà non si è accorto di niente,lui già non c’era più.”

pensieri strappati agli ultimi giorni -2-

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Un giorno di questi,credo fosse giovedì,sono andato a prendermi il gelato,quello allo yogurt di Grom,vicino alle colonne di S. Lorenzo;
ero solo e mentre aspettavo il mio turno ho visto affacciarsi due ragazze,avranno avuto quattordici anni credo, erano magrissime e indossavano la divisa blu del corpo di ballo del teatro La Scala,avevano lo chignon della lezione con la sottilissima rete a tono dei capelli e anche il borsone,sempre blu.
Io non lo so com’è,probabilmente la gente penserà alla mia idiozia ma in certe occasioni non trattengo i sorrisi davanti alla bellezza.
Mamma,ricordami,oggi che c’è il sole,io che faccia avevo quando inseguivo i sogni?
Le ho guardate esitare su un gelato: -Prendiamo un gelato,è buono qui!- , -si,lo so,è che non so se mi va…- , -eddai,sei la solita!-.
Erano bellissime,avevano l’aria nervosa di chi cerca di farcela,avevano la sensazione di far parte di qualcosa anche se di un qualcosa che alle volte le fa sentire stanche.Le ho guardate,una di loro aveva attaccato un piccolo portachiavi di peluche alla sua borsa/divisa,un topolino.Erano così piccole e così piene di nodi e di forza.
Dei topolini liberi in cerca di qualcosa,a passo di danza verso la vita.
Mamma,ma dimmi un pò,perchè non mi hai detto niente quando i miei occhi hanno cominciato a spegnersi?!
Ho sorriso a loro,al mio gelato,al sole,a quella Milano che tentava di curarmi negli spazi liberi,tra una riunione e l’altra,distrattamente;
ho sorriso allo scalino che ha ospitato il mio culo e il mio gelato sciolto,le mie suole piene d’asfalto calpestato.Cercavo un brivido,l’avevo trovato.Non mi bastava.
Mamma,dimmi,perchè in questa bella giornata io sto bene e sto male?E cos’è questa malinconia?
Io ho freddo e mi sento come chi ha perso le chiavi di casa.Eppure ho la mia solita giacca,stringo i denti da un pò d’anni,ho già aperto il portone,qui ci sono ancora tutte le mie cose.
Posso addormentarmi accanto a te,posso poggiare la mia testa sul tuo cuscino,soltanto stanotte?
Ti prometto che poi crescerò,ancora un pò.
Ho solo bisogno del tuo respiro caldo.Magari può aiutarmi a fare un altro sogno.
Essere solo grandi,ogni giorno,continuamente,è un mestiere pesante.

appunti strappati agli ultimi giorni -1-

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Riempio di pensieri uno spazio provvisorio per poi trasportare tutto.
Un tempo c’erano i tuoi occhi verdazzurri ed erano il luogo in cui il tutto trovava il posto giusto.
L’avevo scelto ad undici anni e adesso ne sono passati undici in più.Non si può mica pretendere di durare per sempre!
Ma vorrei poterti sentire ancora in questi giorni solitari.
Non perchè non ci sia qualcuno;solo perchè ci si sente orfani.
Ma non ti sento,non ti sento più in quel modo.
Io credo che questo sia il punto di stacco,adesso ho messo limiti anch’io.
Il mondo nuovo è quello senza di te.
Senza di te dentro.
Non l’ho scelto io,è successo.
E poi l’hai fatto succedere.Perchè non l’hai scelto tu,ti è successo.
Anche se fai finta di no.

sorrideva

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giovedì,10 febbraio 2011

“Siamo in un processo di crescita costante,una combustione perenne. Nel metabolismo bruciamo tutto tranne l’amore per il sentire la vita. Oggi ho percorso fisicamente molta strada,mi sono seduto al sole su una panchina di legno tra il parco e l’asilo; quel qualcosa che mi abita dentro ha parlato senza che lo interrogassi; ha detto: -Un giorno ti comprerò un gelato e tu avrai la faccia più felice del mondo!- .
Non so a chi mi stessi rivolgendo, forse a mio figlio, forse al mio amore.
Ho visto degli innamorati in piazza della scala mentre cercavo ancora un altro raggio: bellissimo lui nella perfezione dei tratti nordici; perfetta lei nella sua raffinatezza asiatica. Ho riscoperto quanta eleganza possa filtrare dai gesti lenti, come lui che accompagna con la mano bianca i movimenti di lei e lei che si stringe nelle spalle, cosí, dolcemente.”

Un’altra sera l’ho passata ad ascoltare; io non lo so perchè ma il vento sembra mio amico anche se l’ho sognato minaccioso e garbato per niente.
Domani saluterò Freddy e lui non saprà che sarò lì; lui non saprà che li in mezzo respireranno persone a cui ha strappato sorrisi anche nei giorni bastardi.
Io e Freddy non eravamo amici, non ci siamo raccontati la vita ne siamo mai usciti assieme; io non avevo il suo numero ne ho mai pensato di chiederglielo, però lui un giorno si è nascosto dietro la mia sagoma per bere un pò durante il lavoro ed ha sorriso; ha riempito il mio cappuccio di cacao e mi ha sorriso; mi ha consigliato la brioche più calda e mi ha sorriso; mi ha detto di sparecchiare la tavola con aria di mezzo rimprovero e quando l’ho fatto mi ha detto grazie e mi ha sorriso.
Nella sua dinoccolata gestualità, chiunque tu fossi, Freddy non mancava mai di salutarti, ora all’entrata, ora all’uscita.
Non lo so che gli piaceva, so che beveva birra e si intratteneva volentieri a chiacchierare : un giorno mi ha insegnato che differenza c’è tra le macchine da caffè espresso tradizionali e quelle veloci di starbucks, motivo per il quale il loro fa notoriamente schifo e si son presi una denuncia. Quando ha finito ha colorato il marocchino di una ragazza con gli zuccherini ed ha ripreso a sorridere.
Io domani andrò a salutare Freddy, non perchè io e lui fossimo amici, non perchè io mi sia nel tempo guadagnato un posto nella sua vita o lui nella mia, non perchè ora che è andato via io trovi la necessità di elogiare gesta che nemmeno conosco; io domani andrò a salutare Freddy perchè Freddy, anche quando lo sopportavi meno, sorrideva, quasi fosse immune al mondo fuori da quel bar.
Ma Freddy, anche lui come noi, non era immune affatto.
Eppure era lì e sorrideva.

per questo, poi basta un giorno

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Poi basta un giorno e la gente ti sorride,sventola mani in lontananza,bisbiglia qualcosa,te ne grida un’altra.
Poi basta un giorno e la gente ti sorride,assottiglia il tono di voce,stringe gli occhi come esercizio di contenta mimica facciale.
E sugli ultimi giorni nessuna parola.
Una risatina,un’alzata di spalle,un piccolo crescere che sempre fa bene alla mente.
Ma nessuna parola,solo qualche fotografia.
La gente dà importanza a cose a cui non dò importanza.
Per questo, poi basta un giorno e ti sorride.