tu no es bueno

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico

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Sul lungofiume industriale di Lisbona, a un certo punto della sera, quando sono già venti minuti che hai smesso di sospirare per il ritardo di un autobus che ti riporti verso casa, può capitarti di incontrare, sotto forma umana, la voce della tua coscienza.

Il Tago, lì accanto passa quasi inosservato, non fosse per tutte quelle attività e gru e container e ganci sospesi nel cielo con funi d’acciaio che ti si parano davanti, ad indicarti un porto alle loro spalle, o qualcosa di simile.

Il manovrare incessante di quelle macchine non ha mai davvero modificato il mio panorama: è come una gif che si ripete ciclicamente, agganciando la fine al punto d’inizio e rendendo eterno e inconcludente il movimento.

Ho passeggiato di sera in tante città; tutte città dalle quali sono andato via e inizio a convincermi che nessuna di quelle fosse il mio posto: il mio posto è la sera.

Alla sera, in estate soprattutto, sopraggiunge improvvisa quella sensazione di libertà che non sai bene a cosa sia legata. Alla fine fa parte di un giorno piuttosto simile al precedente, entrambi attaccati alla coda del resto dei giorni, all’interno di un anno.

Eppure non è successo nulla di particolare..ma lei arriva fresca e subito sembra che sia lo scenario perfetto per tutto: per restare, per partire, per fare l’amore, per fermarti a parlare o ad ascoltare; per ripensare ad oggi o sognare domani; per pedalare o camminare, appunto.

E se cammini sul lungofiume industriale di Lisbona, a un certo punto della sera, quando sono già venti minuti che hai smesso di sospirare per il ritardo di un autobus che ti riporti verso casa, può capitarti di incontrare, sotto forma umana -come dicevo- la voce della tua coscienza.

Mi si avvicina dapprima chiedendomi una sigaretta, a me, che palesemente non ne sto fumando una.

Gli dico che non ne ho, che non fumo e provo a tagliar corto sperando che l’autobus arrivi per strozzare quella che, mi sembra, sarà una conversazione un pò noiosa.

Mi guarda con la faccia di chi crede gli abbia detto una bugia, mi lancia un’occhiata che è un pò un misto tra l’ “abbi pietà di me” e “ma sarai un pezzente?!”; si allontana, parla con due suoi amici seduti lì, sotto la pensilina d’attesa, difronte a Santa Apollonia, e poi torna e mi dice: <<venga, venga!>>, apostrofando con la mano destra il richiamo e indirizzandomi alle spalle della parete di plexiglass.

Sempre più convinto che si tratterà di una conversazione noiosa, mi spingo là dove mi invita, con aria interrogativa ma palesemente scocciata.

Lui ha la pelle color bronzo ed una faccia che è tutta una ruga, sulla quale si aprono due occhi verdi chiarissimi.

Indossa un paio di jeans larghi e lisi ed una camicia a righe bianche e azzurro polvere, con un taschino sul lato sinistro del petto.

Da quel taschino fa spuntare un sacchetto di plastica trasparente e lucida dal contenuto dubbio ed un tocchetto di fumo già visibilmente sciolto.

Mi dice qualcosa in un portoghese strettissimo che fatico a capire ma gli dico: <<no, ‘brigado>>; lui insiste e si avventura tra lo spagnolo, e un inglese un pò inventato e fa :<<de donde is?>>; sorrido alla sua tenacia e gli rispondo: <<italiano>>.

Faccio per andar via ma lui, come stesse usando un evidenziatore, rimette in luce la sua mercanzia da taschino sinistro e aggiunge: <<voi marja, voi bona?>>.

Gli faccio : <<no, guarda, non fumo!>> ; abbozzo due passi per andarmene e insiste ancora con un <<venga,venga!>>.

Stavolta sono quasi certo di aver sbuffato e gli dico: <<che c’è?>>

<< perchè no fumi?>>

<<bè, perchè no>>

<<no crede>>

a questo punto mi sembra che qualcosa mi stia sfuggendo di mano e che il tutto stia anche diventando un pò ridicolo e perciò sfrutto la mia voce palesemente nasale e raffreddata e gli rilancio un :

<< senti??! Non posso! >>.

Lui si arrende, io mi allontano per riguadagnare la mia posizione d’attesa infinita.

Lo sento farfugliare coi suoi amici, ancora seduti lì. Riesco a capire che li sta informando che non posso fumare e che loro lo invitano a provarci un’altra volta.

E infatti, eccolo che si avvicina ancora:

<<hey, coca?>>

Lo guardo convinto che persino ogni mio neo si sia riorganizzato per comporre la sillaba del NO, ma evidentemente lui ha più faccia tosta di quanto io ne abbia una incazzata.

<<NO!Grazie!>> , gli dico in tono più secco.

Allora decide di puntare tutto sulla mia pietà e mi dice:

<< pode me dar 3 euros para o jantar? >> .

Dunque siamo tornati al portoghese e perciò capisco che o lui è piuttosto ottimista sul fatto che io lo capisca ugualmente, o è più rassegnato, tanto da impegnarsi anche di meno.

Vado in fallo dicendogli di non avere spiccioli ma solo una banconota da dieci e lui subito si ritira dai suoi amici per poi tornare da me e propormi un resto di 5 euro e 31 centesimi.

Quello che palesemente sta diventando un triangolo di contrattazione, mi sta indisponendo quanto divertendo, tanto sembra irreale.

Gli dico: << usali per prenderti un panino, lì!>>, indicandogli un Pingo Doce alle sue spalle.

Lui nemmeno si volta e mi guarda ancora con lo sguardo di prima, per rimproverarmi l’ennesimo rifiuto.

Si scopre una spalla per farmi vedere che su quella ha tatuati i nomi dei suoi figli e dei suoi nipoti.

Mi dice << Te lo juro por dios que tengo familia!>>.

E siamo tornati allo spagnolo.

Scende dal marciapiedi e si espone alla strada:

<<Que me puede matar!>>

<<No, no, che no te mata nada!>>, improvviso, un pò preoccupato e un pò incredulo della piega cinematografica che sta prendendo.

A questo punto si riavvicina, capisce di aver esaurito le risorse o semplicemente che sapevo essere più testardo di lui.

Cambia sguardo, cambia occhi.

Dal tentativo d’impietosirmi, usa la cattiveria che usano i furbi, cercando di sfregare ed irritare i miei sensi di colpa.

<<Però tu no es bueno!>> e resta a fissarmi per cinque secondi ancora, ripetendomi l’infamia.

Gli ricambio lo sguardo, nella sorpresa e nel fastidio.

Alzo le spalle e gli dico: << io non sono buono con te, tu non lo sei con me. El mundo no es bueno si tu no eres también>>.

<<NO! Tu no es bueno!>>, mi punta il dito mentre si allontana.

Due minuti ancora e arriva un autobus, dopo che ho perso il conto di quanti sospiri ho fatto durante l’attesa, che è diventata un banco da trattativa.

Penso che il mio aspirante pusher, pur manovrando sapientemente quelle parole magiche, non ne abbia compreso appieno il potere.

Ho uno stampo perfetto col quale ho personalizzato tutti i sensi di colpa e i fallimenti.

L’ho intagliato per bene e con pazienza, affinché su ogni peso legato ai piedi potessi scrivere “tu no es bueno!”.

Il mio pusher non lo sa che un giorno, sul lungofiume industriale di Lisbona, lui, nella sua camicia a righe, è diventato la voce della mia coscienza.

Abbiamo preso lo stesso autobus; il 728, in direzione Portela, senza rivolgerci più sguardo o parola.

Sono sceso in Avenida Dom Henrique, al solito , ma prima di scendere da quel bus ho sorriso.

Durante il tragitto verso casa mi sono accorto che, effettivamente, a dispetto di quanto pensassi, mi era rimasto qualche spicciolo in tasca.

Ho pensato che se me ne fossi reso conto avrei potuto dargliene qualcuno e chiuderla subito.

Poi ho ricordato lo sguardo del mio Pusher e poi gli occhi della mia coscienza.

L’ho fissata per un attimo.

<<Tu no es buena!>>, le ho detto!

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