tu no es bueno

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico

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Sul lungofiume industriale di Lisbona, a un certo punto della sera, quando sono già venti minuti che hai smesso di sospirare per il ritardo di un autobus che ti riporti verso casa, può capitarti di incontrare, sotto forma umana, la voce della tua coscienza.

Il Tago, lì accanto passa quasi inosservato, non fosse per tutte quelle attività e gru e container e ganci sospesi nel cielo con funi d’acciaio che ti si parano davanti, ad indicarti un porto alle loro spalle, o qualcosa di simile.

Il manovrare incessante di quelle macchine non ha mai davvero modificato il mio panorama: è come una gif che si ripete ciclicamente, agganciando la fine al punto d’inizio e rendendo eterno e inconcludente il movimento.

Ho passeggiato di sera in tante città; tutte città dalle quali sono andato via e inizio a convincermi che nessuna di quelle fosse il mio posto: il mio posto è la sera.

Alla sera, in estate soprattutto, sopraggiunge improvvisa quella sensazione di libertà che non sai bene a cosa sia legata. Alla fine fa parte di un giorno piuttosto simile al precedente, entrambi attaccati alla coda del resto dei giorni, all’interno di un anno.

Eppure non è successo nulla di particolare..ma lei arriva fresca e subito sembra che sia lo scenario perfetto per tutto: per restare, per partire, per fare l’amore, per fermarti a parlare o ad ascoltare; per ripensare ad oggi o sognare domani; per pedalare o camminare, appunto.

E se cammini sul lungofiume industriale di Lisbona, a un certo punto della sera, quando sono già venti minuti che hai smesso di sospirare per il ritardo di un autobus che ti riporti verso casa, può capitarti di incontrare, sotto forma umana -come dicevo- la voce della tua coscienza.

Mi si avvicina dapprima chiedendomi una sigaretta, a me, che palesemente non ne sto fumando una.

Gli dico che non ne ho, che non fumo e provo a tagliar corto sperando che l’autobus arrivi per strozzare quella che, mi sembra, sarà una conversazione un pò noiosa.

Mi guarda con la faccia di chi crede gli abbia detto una bugia, mi lancia un’occhiata che è un pò un misto tra l’ “abbi pietà di me” e “ma sarai un pezzente?!”; si allontana, parla con due suoi amici seduti lì, sotto la pensilina d’attesa, difronte a Santa Apollonia, e poi torna e mi dice: <<venga, venga!>>, apostrofando con la mano destra il richiamo e indirizzandomi alle spalle della parete di plexiglass.

Sempre più convinto che si tratterà di una conversazione noiosa, mi spingo là dove mi invita, con aria interrogativa ma palesemente scocciata.

Lui ha la pelle color bronzo ed una faccia che è tutta una ruga, sulla quale si aprono due occhi verdi chiarissimi.

Indossa un paio di jeans larghi e lisi ed una camicia a righe bianche e azzurro polvere, con un taschino sul lato sinistro del petto.

Da quel taschino fa spuntare un sacchetto di plastica trasparente e lucida dal contenuto dubbio ed un tocchetto di fumo già visibilmente sciolto.

Mi dice qualcosa in un portoghese strettissimo che fatico a capire ma gli dico: <<no, ‘brigado>>; lui insiste e si avventura tra lo spagnolo, e un inglese un pò inventato e fa :<<de donde is?>>; sorrido alla sua tenacia e gli rispondo: <<italiano>>.

Faccio per andar via ma lui, come stesse usando un evidenziatore, rimette in luce la sua mercanzia da taschino sinistro e aggiunge: <<voi marja, voi bona?>>.

Gli faccio : <<no, guarda, non fumo!>> ; abbozzo due passi per andarmene e insiste ancora con un <<venga,venga!>>.

Stavolta sono quasi certo di aver sbuffato e gli dico: <<che c’è?>>

<< perchè no fumi?>>

<<bè, perchè no>>

<<no crede>>

a questo punto mi sembra che qualcosa mi stia sfuggendo di mano e che il tutto stia anche diventando un pò ridicolo e perciò sfrutto la mia voce palesemente nasale e raffreddata e gli rilancio un :

<< senti??! Non posso! >>.

Lui si arrende, io mi allontano per riguadagnare la mia posizione d’attesa infinita.

Lo sento farfugliare coi suoi amici, ancora seduti lì. Riesco a capire che li sta informando che non posso fumare e che loro lo invitano a provarci un’altra volta.

E infatti, eccolo che si avvicina ancora:

<<hey, coca?>>

Lo guardo convinto che persino ogni mio neo si sia riorganizzato per comporre la sillaba del NO, ma evidentemente lui ha più faccia tosta di quanto io ne abbia una incazzata.

<<NO!Grazie!>> , gli dico in tono più secco.

Allora decide di puntare tutto sulla mia pietà e mi dice:

<< pode me dar 3 euros para o jantar? >> .

Dunque siamo tornati al portoghese e perciò capisco che o lui è piuttosto ottimista sul fatto che io lo capisca ugualmente, o è più rassegnato, tanto da impegnarsi anche di meno.

Vado in fallo dicendogli di non avere spiccioli ma solo una banconota da dieci e lui subito si ritira dai suoi amici per poi tornare da me e propormi un resto di 5 euro e 31 centesimi.

Quello che palesemente sta diventando un triangolo di contrattazione, mi sta indisponendo quanto divertendo, tanto sembra irreale.

Gli dico: << usali per prenderti un panino, lì!>>, indicandogli un Pingo Doce alle sue spalle.

Lui nemmeno si volta e mi guarda ancora con lo sguardo di prima, per rimproverarmi l’ennesimo rifiuto.

Si scopre una spalla per farmi vedere che su quella ha tatuati i nomi dei suoi figli e dei suoi nipoti.

Mi dice << Te lo juro por dios que tengo familia!>>.

E siamo tornati allo spagnolo.

Scende dal marciapiedi e si espone alla strada:

<<Que me puede matar!>>

<<No, no, che no te mata nada!>>, improvviso, un pò preoccupato e un pò incredulo della piega cinematografica che sta prendendo.

A questo punto si riavvicina, capisce di aver esaurito le risorse o semplicemente che sapevo essere più testardo di lui.

Cambia sguardo, cambia occhi.

Dal tentativo d’impietosirmi, usa la cattiveria che usano i furbi, cercando di sfregare ed irritare i miei sensi di colpa.

<<Però tu no es bueno!>> e resta a fissarmi per cinque secondi ancora, ripetendomi l’infamia.

Gli ricambio lo sguardo, nella sorpresa e nel fastidio.

Alzo le spalle e gli dico: << io non sono buono con te, tu non lo sei con me. El mundo no es bueno si tu no eres también>>.

<<NO! Tu no es bueno!>>, mi punta il dito mentre si allontana.

Due minuti ancora e arriva un autobus, dopo che ho perso il conto di quanti sospiri ho fatto durante l’attesa, che è diventata un banco da trattativa.

Penso che il mio aspirante pusher, pur manovrando sapientemente quelle parole magiche, non ne abbia compreso appieno il potere.

Ho uno stampo perfetto col quale ho personalizzato tutti i sensi di colpa e i fallimenti.

L’ho intagliato per bene e con pazienza, affinché su ogni peso legato ai piedi potessi scrivere “tu no es bueno!”.

Il mio pusher non lo sa che un giorno, sul lungofiume industriale di Lisbona, lui, nella sua camicia a righe, è diventato la voce della mia coscienza.

Abbiamo preso lo stesso autobus; il 728, in direzione Portela, senza rivolgerci più sguardo o parola.

Sono sceso in Avenida Dom Henrique, al solito , ma prima di scendere da quel bus ho sorriso.

Durante il tragitto verso casa mi sono accorto che, effettivamente, a dispetto di quanto pensassi, mi era rimasto qualche spicciolo in tasca.

Ho pensato che se me ne fossi reso conto avrei potuto dargliene qualcuno e chiuderla subito.

Poi ho ricordato lo sguardo del mio Pusher e poi gli occhi della mia coscienza.

L’ho fissata per un attimo.

<<Tu no es buena!>>, le ho detto!

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la ragazza di Shinjuku

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico

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Correre,correre,

diventare grandi centimetro dopo centimetro dall’altra parte del mondo senza nemmeno avvertire il dolore dell’estensione. Al più, la fatica.

Ogni andare è sempre stato di enorme beneficio per le mie carenze d’ossigeno troppo frequenti.

Uno zaino e tanta, troppa umidità; delle scarpe che stingono sotto litri di pioggia elegante.

Dove siamo? Ho mai fatto in tempo a capirlo? A me non sembra affatto.

Se mi fermo a pensare, non pare succedere nulla di diverso perciò cammino e basta, confidando nel paesaggio mutato e mutevole e in un caffè americano incapace di svegliarmi.

Il verde marte scivola liquido dentro alle scarpe, impregna le calze e mi colora la pelle, le unghie.

Ho cerato le sneakers perchè non permeasse niente da fuori ma ora sembra che tutti i temporali scoppino da dentro, lasciando secco l’involucro.

Strano come troppo spesso un paio di scarpe sia stato la mia metafora perfetta.

Se ammettessi che ho atteso tanto qualcosa, anestetizzato l’attesa, anestetizzato la fine dell’attesa, anestetizzato il vissuto e anche la delusione di un altro finale?

Sarebbe come dire di non essere mai partiti e forse, un pò, l’ho fatto.

Io amo viaggiare ma non me ne frega niente di tutti quei posti che potrei vedere. O meglio, non così tanto da volerli girare, guardare, annusare se dentro non ci fossero altre mille ragazze di Shinjuku.

Non mi resterebbe niente, nessun ricordo da appiccicare a una cartolina perfetta, alla mappa del mio muovermi nel mondo.

La metropolitana di Tokyo sa essere così caotica che non c’è spazio nemmeno per quello che ti porti dentro.

Siamo riusciti a sederci solo perchè siamo saliti sul quel treno da una stazione lontana dal centro.

Poi lei.

Che di chiaro aveva solo i denti e la pelle. Persino la sclera dei suoi occhi era tutt’altro che bianca. Piangeva.

Singhiozzava nel suo pianto, in piedi, nel vagone affollato di un treno.

Piangeva uno di quei pianti che lo capisci subito non finiranno presto.

-Tu come stai?

avrei voluto chiederle, senza nemmeno passare dal via, da un “come ti chiami?”

Non lo so se è Tokyo che sovrasta o se era lei a rimpicciolirsi ma riusciva a piangere forte nascondendosi benissimo, quasi con eleganza; con l’esatta capacità di mimesi di un camaleonte. Lei, una ragazza giapponese con la testa bassa, in una metro piena di ragazze giapponesi con le teste basse, su una tratta della Shinjuku Line, a Tokyo. A tradirla solo le spalle che di tanto in tanto non riuscivano ad addomesticare gli spasmi.

Ed io che ho il sangue malato, di quello che mi fa vergognare della mia felicità se ho davanti i casini degli altri, ho stritolato spesso i due lati del mio buon senso, tra il capo dell’invadenza e quello del conforto, prima di alzarmi ed avere il coraggio di sfiorarle un braccio.

Ha fatto una smorfia col viso e con tutto il resto del corpo. Una di quelle che fai se sei sott’acqua e qualcuno bruscamente ti strappa via e ti riporta su. Una di quelle che non ti aspetti di respirare, così, tutto insieme e all’improvviso.

Le orbite dei suoi occhi hanno scavalcato in una frazione di secondo anche la linea che attacca le palpebre superiori al resto della faccia; il suo sterno e le sue spalle si sono sollevate ed espanse, come spiazzate; come non fossero abituate a quella dimensione.

-Scusami- avrei voluto dirle.

Ma il treno viaggiava veloce e forse anche lei e non le ho detto niente; le ho solo fatto un cenno con la mano sinistra in direzione della poltrona che avevo appena lasciato vuota, per lei.

Ha accennato un piccolo sorriso, come un gesto di gentilezza in risposta alla mia gentilezza ed ha accettato. -Thank you!Arigatou,arigatou.- mi ha detto con voce sottile, subito nebulizzata nell’aria di quel vagone.

Come non le avessi mai interrotto il flusso delle emozioni, appena seduta ha chiuso gli occhi ed ha ripreso a piangere più forte di prima.

La sua minuscola borsetta sulle ginocchia e la consapevolezza che qualcuno si fosse accorto di lei non mostrandole indifferenza.Il bagaglio arricchito dall’ingombro del mio sguardo su di lei ma, nonostante questo, le scendeva dagli occhi la baia di Tokyo ed ogni lacrima sembrava un mare generoso di pesci già digeriti.

E io, mi improvvisavo pescatore.

Uno dopo l’altro, con dita sottili ed unghie smaltate di vinaccia scuro, da quel piccolo budello di borsetta, sfilava fazzoletti di carta nera che portava alle ciglia, senza riuscire ad arginare quel dolore liquido, qualunque fosse. Il gesto si decorava del suono della finissima plastica trasparente che conteneva quei rettangoli di carta e che, stropicciata e strappata, si ribellava all’occasione.

Se è vero che il nero inghiotte i colori, sarà che lei,forse, che già si sforzava di piangere così pesantemente le sue lacrime,non aveva anche la voglia di guardarle prosiugate su un fazzoletto.

Mi ricordo che un tempo, quand’ero alle medie, una mia compagna di classe fece un viaggio ad Amsterdam con la sua famiglia e al ritorno mi regalò un pacchetto di fazzoletti con l’immagine di un carlino dalla dentatura umana spalancata in un mega sorriso. Erano simpaticissimi ma davvero non avrei saputo cosa farci. Trovavo ingegnosa l’idea che fazzoletti divertenti ti distogliessero dal pianto; che un cane dal sorriso umano se ne stesse lì, a fissarti con la convinzione che qualunque fosse il motivo della tua afflizione, lui sarebbe riuscito a fartelo dimenticare in un istante e almeno fino all’istante dopo. Nonostante questo, io però non li ho mai usati. Forse volevo piangere e basta, senza essere interrotto.

I suoi invece, erano nero inchiostro sbiadito e ad occhio e croce, considerata la frequenza con cui li sfilava da quella borsetta, non direi fossero il regalo di qualcuno.

Lei, che con la voce dai db più vicini al silenzio che a quelli di un suono udibile, due fermate dopo scendeva ed accennava un altro sorriso riproponendo: <<Thank you so much, arigatou, arigatou…>>. Io, pescatore col secchio vuoto e il cuore in un involucro di carta nero inchiostro sbiadito, rallentavo la scena e la seguivo con lo sguardo sulla banchina, riprendere un singhiozzo più grave, più profondo, come ne avesse costretto troppo gli argini durante il suo viaggio sulla Shinjuku Line.

Due secondi dopo, il treno riprendeva la sua corsa e lei spariva, ingoiata da un corridoio umano frettoloso, animali agitati e impazienti, come minatori alla ricerca della luce e dell’aria esterna.

Il fatto che non l’abbia più rivista dopo l’ultimo istante in metro e che non la rivedrò mai più, la renderà per sempre la ragazza triste di Shinjuku e lascia in me la voglia di capire che colore abbiano le lacrime destinate ai fazzoletti nero inchiostro sbiadito.

teseo

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Mi chiamo Teseo e stanotte, come ogni notte non dormo:

cerco cibo avidamente, apro porte contro la claustrofobia, faccio rumori contro il silenzio, disegno cerchi contro gli spigoli e spingo aghi in vena contro l’amaro.

Mi chiamo Teseo ma senza essere figlio di un dio o eroe di una liberazione.

Mi chiamo Teseo perchè mia madre mi doveva pur dare un nome. Ci teneva che fosse diverso ma secondo lei se l’è inventato: non la conosce la mitologia.

Nessuna sostanza in grammi o decilitri decide di far parlare la mia testa, di mandare tutto in overflow.  Succede solo perchè ho fame e non mangio bene da una vita e perchè non cammino abbastanza. Succede solo perchè mi chiamo Teseo per motivi sbagliati e quando mi guardo allo specchio mi conto le macchie nuove su tutta la pelle. Frutto della somatizzazione, dice il dottore. E forse qualche abuso di troppo. La rabbia, le parole, le ingiustizie, quella roba, pare  abbiano l’abitudine di disporsi tutte in piccoli cerchietti chiari dai contorni irregolari ,e si divertono a prender casa in maniera abusiva dal mio collo in giù.

Un tempo, nelle ore di insonnia correvo. La sensazione era quella di diventare talmente veloce da acquisire una forma diversa, appuntita, aerodinamica. Mi sembrava bello correre; mi sembrava giusto correre: mi distraeva, ri-ossigenava i miei muscoli, mi evitava la tv e ciò che più conta, mi stancava. Tornavo a casa senza dover conteggiare più niente: tre respiri al massimo e riuscivo a tenere gli occhi chiusi, fino a qualche ora indecente del mattino. Poi ho smesso. Non so bene perchè. Forse mi sembrava che tornare sempre nello stesso posto dopo una corsa non valesse la fatica.

Se c’è una cosa che mia madre mi ha insegnato bene, è quella di tenere sempre le mani pulite, in ordine, non da tossico insomma. Con delle mani pulite, ordinate, con le unghie tagliate puoi sempre avere una possibilità nel mondo; puoi sempre fingere di essere una persona di tutto rispetto o, almeno, con qualche speranza di avercelo.

Mi chiamo Teseo, sono un tossico con le mani pulite e ordinate, le unghie tagliate e stanotte, per la prima volta, con queste mani prego.

E’ vero che la gente prega quando non crede più a niente, quando non crede più in niente?

Perchè a me sembra che credere a qualcosa sia questione di copertina ma che credere in qualcosa, bè quella sia roba da esperti, da appassionati,  da gente che arriva al centro delle cose.

E’ vero che pregare è solo il tentativo di chi vuole un’altra possibilità, dopo averle già esaurite tutte?

E’ vero che un uomo prega perchè è solo?

Un altro pacco di crackers, un’altra birra calda e sgasata, un altro porno a rallentatore. Non vengo neanche più. Mangio e scompaio gradualmente in me stesso e nel divano.

Anche il pisello mi si è rimpicciolito.

Teseo ce l’aveva la spada? Quella più dura che ho io, io ce l’ho ficcata nel braccio.

Ma ho le mani pulite e ordinate e prego. Se rutto non mi ammonisce nessuno; se muoio non se ne accorge nessuno. Mi lavo le mani un’altra volta.

E prego.

Perchè non c’è nessuno?

Da piccolo per qualsiasi cosa usavo lo scotch. Mi piaceva mettere insieme, appiccicare i pezzi anche quando non erano rotti; creare piccoli innesti innaturali.

E se mettessi un pezzetto di scotch su ogni buco che ho fatto sulla mia pelle?! Se chiudessi queste porte mi mancherebbe l’aria lo stesso?

Dio, mi rispondi?

Il mio dottore dice che devo ammazzare mio padre per quello che mi ha fatto; dice che devo ammazzare mia madre per quello che mi ha fatto; dice che devo abbracciare i miei fratelli per quello che ci siamo fatti.

Ma mi chiamo sempre Teseo, ho le mani pulite e ordinate e le unghie tagliate e qui non c’è nessuno da ammazzare o da abbracciare.

Che poi mi sveglio con queste domande sempre; domande come perchè proprio “Teseo”, perchè proprio stropicciato come sono; perchè non ho mai creduto in dio. Cose come perchè non mi piace il succo di frutta dal tetrapack, l’acqua dalla bottiglia; perchè mi piace il freddo della zip della felpa sulle ossa dello sterno, o perchè non sono mai stato quello che nelle gite in pullman canta a squarciagola e invece sono sempre stato quello che poggia la testa al finestrino, mette su il cappuccio e la compilation di “rammarichi e immagini di auto-compiaciuta malinconia”.

Ma comunque ho deciso che stanotte ti prego lo stesso, che tanto non ho più scelta.

Per morire mi manca ancora un pò di tempo.Circa trent’anni ma ho già trovato un modo per avere nostalgia di tutte le cose che non ho fatto. Prego, appunto.

Il bello di avere le mani ordinate e pulite è che non devi per forza essere una persona ordinata e pulita per avercele. Io per esempio non sono ordinato per niente. Men che meno pulito.

“Teseo Ri-pulisciti!” mi ha detto Serena. Cioè pulirmi di nuovo, un’altra volta e per fare che? Per ricominciare tutto da capo? Ritornare pulito e dover stare costantemente sull’attenti ma nel frattempo rischiare comunque di sbrodolarmi di schifezze ad ogni inciampo e respiro?! No grazie.

Ma che poi : non puoi mica aspettarti che sia stato pulito almeno una volta, uno che si chiama Teseo -non per sbaglio ma- per invenzione.

Quello si che è un bel nome, invece. Serena.

Serena è un bel nome. Però è peggio del mio.

Il mio per sbaglio racconta una storia vecchia; il suo per sbaglio racconta spesso bugie.

Chi l’ha detto che un tossico c’ha sempre le mani rovinate e sporche?! E chi l’ha detto che una che si chiama Serena è sempre serena davvero?

Dio, io a te non ci credo ma ti va bene se comincio a pregarti comunque?

Glie l’ho detto a Serena; le ho detto: << Se mi faccio è solo colpa tua! >> ma ormai lei fa quel sorriso lì, quello che si alza una parte sola della faccia o anche meno; quello che significa ” non mi freghi più-tu spari le solite cazzate di sempre-io con te mi arrendo”.

E’ un sorriso che alza le mani,quello. E insomma, no, non è una cosa bella per niente.

Mi sconfigge. Ed il problema è che per un tipo come me, sentirsi sconfitti è una tana immensa. Una di quelle che poi diventa inutile anche correre di notte.

Mi chiamo Teseo, Teseo un pò per uno sbaglio e un pò per intenzione ma fatto sta che mi chiamo Teseo e a 32 anni vedo già la mia vita a rallentatore, esattamente come i porno.

Ieri sera, dopo tre anni che ci siamo lasciati, dopo tre anni che proviamo  a respingerci senza mai riuscirci davvero, ho visto Serena andare via per l’ultima volta.

Ho visto per l’ultima volta quel sorriso a metà; quel sorriso che alza le mani. Solo che questa volta era più convinto, forse anche un pò più grande.

Non mi ha detto “ciao” o “addio”. L’ho solo capito.

Serena l’ho lasciata perchè ha scopato con un altro. Uno bello, uno come si deve ma poi voleva tornare da me. Serena ha demolito l’unica cosa che mi sembrava intatta. Solo ora mi accorgo di quanto peso le abbia messo addosso. Tutta quella storia di dover essere perfetta solo perchè io ho un passato del cazzo.

Mi chiamo Teseo e non ho mai avuto un padre con un volto vero e nè mai una madre felice. Bambina sì, goffa anche; stronza, amorevole, persa, sconfitta, arresa, ingabbiata, profonda e leggera sì, ma felice mai. Non lo so che si aspettasse dalla vita; so solo che un giorno è andata via e non è tornata più.

Mi chiamo Teseo ed ho  un fratello e due sorelle decisamente più puliti e responsabili di me ed ho provato mille volte ad appiccicare tutto quanto insieme, come facevo  da piccolo con lo scotch ma mi cadono i pezzi, continuamente.

Qualche volta vado a trovarli, raramente mi invitano a pranzo ed io metto in bella mostra le mani sulla tavola perchè pensino bene di me, perchè vedano quel piccolo spazio d’ordine in mezzo a tutto il casino ma non ci riesco mai.

<< Ri-pulisciti! >>, mi dicono.

Per fare cosa!? Io da lucido mi sento solo estraneo, naufrago e le mani pulite e ordinate non mi sembrano nemmeno più un dettaglio eccezionale.

Mi chiamo Teseo e sono nato senza bussola ed è per questo che oggi inizio a pregare.

Io non ci credo in dio. Io non ci credo in troppe di quelle cose che sembrano salvare le vite di tutti. Tutti gli altri. Ma mi sembra che la convinzione sia come una pillola: sai che ti farà bene anche se fai fatica ad ingoiarla.

Così ci provo. Mi rilavo le mani ed inizio a pregare.

Prego, prego, prego.

Prego mio padre di dirmi perchè.

Prego mia madre di dirmi perchè.

Prego i miei fratelli di vedere Teseo e le sue mani e tutto il resto e non quello che dovrebbe essere.

Prego dio perchè mi faccia credere in dio. O almeno in me stesso.

E prego Serena di tornare  a salutarmi, perchè le direi che sarebbe bellissimo se lei fosse imperfetta e incasinata con me, tutti i santi giorni.

Mi chiamo Teseo, ho le mani pulite e ordinate ma sono quello che sono e sono quello che mi impedisco di essere.

E’ il primo giorno che prego ma forse anche l’ultimo.

Ho finito la roba e non smetterò di correre finchè non avrò incontrato Dio.

il fatto che

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da “thanx A-Egon” serie; di Nicolò Pertoldi

Il fatto che uno  voglia l’amore,

il fatto che io voglia l’amore,
l’hai fatto sembrare il mio piccolo crimine e la mia grande pretesa.
A te non cambia,
che vada o che resti.oggi o domani,dici.
Sono cattivo,mi chiedi perchè.
Sono cattivo,dici comunque.
Sono cattivo,la soluzione di tutto.
Ed il fatto che uno voglia l’amore,
il fatto che io voglia l’amore,
a me sembra un diritto così grande da non sapermelo negare più.
Ma rinunciare a te,
in mezzo all’amaro,
a me cambia,invece.
Non so fingere l’allegria che ci vuole,a pretendere che nulla sia importante,
nemmeno qualche desiderio infranto,
qualche sconfitta nuova.
io e te.
Noi,mai.
Perchè il fatto che uno voglia l’amore,
il fatto che io voglia l’amore,
senza farlo sembrare nient’altro che questo,
significa che me ne do io,un po’ di più.
Che il fatto,mi sa,
è che mi sono pure un po’ rotto le scatole.
Di aspettare,si intende,

 

E non “di volere l’amore”.

Spero che cambi,hai detto.
Ma le cose lasciate al tempo,da sole, fanno la loro corsa,mica la nostra.

Andrea non è un albero.

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Quella notte là -che Dio la maledica e la benedica insieme Tonì-
quella notte là c’ho avuto sto coraggio che manco mi ricordo se ho mai avuto prima di te.
Ventisette anni, cinque dei quali dietro le sbarre ma tutti vissuti con le unghie sporche; inizio corsa dalla periferia di Catania.
Ti ricordi, Tonì?
Quella notte là che dovevamo cambiarci i vestiti e la vita, per sempre.
C’eravamo promessi Ibiza e l’eroina, giusto per ricordarci da dove venivamo.

Libera da due giorni e ancora troppo lontana da te. Sono saltata su tutti i treni che potevo;mi sono lavata i capelli in uno di quei minuscoli,schifosi lavandini dei bagni di Trenitalia, che l’acqua esce a filo. Vedi quanta pazienza c’ho avuto io Tonì. Volevo essere bella per te e mi sono bagnata la testa anche se era l’undici di gennaio. Per te.
Sono rimasta là dentro per tutta la corsa da Milano a Napoli e faceva un freddo che manco t’immagini. Ma almeno non mi ha beccata quel manichino in giacca e cravatta, sennò lo sai che ero costretta a fare. Non sarei mai scesa dal treno, Tonì.
I quarantatré minuti che ho aspettato a Napoli Centrale mi sono sembrati più lunghi dei tre anni al minorile e i due a Bollate messi insieme.
Quanto ti ho pensato Tonì, quanto mi sei mancato.
Sarà pure che io ho fatto un po’ troppe stronzate, ma ci ho messo dodici ore e mezzo per arrivare a Catania e ammè mi pare che era così pure cinque anni fa. Mi mettono dentro perchè devo cambiare e poi fuori non cambia mai un cazzo.
Quando sò scesa non c’ho pensato un attimo, non mi sono nemmeno fermata a fare colazione da Gennaro, anche se erano cinque anni che non respiravo quel profumo nella notte. Sono scesa da quel treno ed ho iniziato a correre. Non mi sono chiesta s’eri sveglio. “Via America numero 11”, non me lo sono mai dimenticato Tonì.
Sei l’unico posto che ho sempre chiamato casa.

Mi so messa a correre, mamma mia quanto ho corso. Avevo le gambe che mi esplodevano e la scarpa destra che mi faceva un male cane ma mi dicevo che non avevo scuse, che ero stata dodici ore e mezzo seduta in un cesso e cinque anni in una prigione,non potevo mica essere stanca. Ho corso così tanto e così veloce che sono sicura di aver perso la forma. Tutto quello che mi schizzava attorno io nemmeno lo riconoscevo: non ci ragionavo sulla strada, sul traffico, sulla gente che ho scansato o di quella che ho buttato sul marciapiedi; non c’ho pensato a com’è fatta di merda questa strada, a quei soliti palazzi mezzi in piedi e mezzi a terra da una vita.
Ed io sarò stata liquida o gassosa o forse non mi hanno nemmeno vista.
Avranno pensato a una folata di vento un po’ più forte delle altre; a gennaio capita.
Mamma mia Tonì, ho corso così forte che fuori era appena passato Natale e dentro mi sembrava già scoppiata la nostra estate a Ibiza.
Poi quell’angolo ed ho iniziato a chiedermi com’è che avrei frenato, ormai che le gambe mi andavano da sole. Il tuo Portone arrugginito,quella strada schifosa che mi è sempre sembrata il paradiso ed io mi sono trovata là sotto, con un sorriso così grande che una faccia non mi bastava; così grande che non c’ero abituata e faceva pure male e non sapevo se mi batteva il cuore così forte più per l’emozione o per l’affanno della corsa.

<< Tonì! >> ; te l’ho mezzo gridato e mezzo sussurrato; non so che casino ho fatto.
Ti bussavo e dicevo:  <<Tonì! Sono io Tonì, sono Andrea, sono uscita Tonì, ce ne andiamo a Ibiza!>> ; ma gli unici che mi hanno risposto sono stati il cane del meccanico e quel vecchio sudicio del terzo piano che mi ha gridato di smetterla di rompergli i coglioni.
Erano le 3:00 del mattino, magari stavi dormendo e non mi sentivi e allora mi sono messa ad aspettare sul gradino di quello che vive difronte e mi sono stretta nel giubbotto perchè più passava il tempo e più dentro andava via l’estate di Ibiza e tornava il freddo di un normale gennaio a Catania.

Quella notte là; te la ricordi, Tonì?

:

Mamma mia che freddò Tonì, ma quando ti svegli?! E’ già mezz’ora che aspetto e di qui non è più passato nessuno. Io sono stanca ma non riesco a dormire, sono ancora sulle spine, non vedo l’ora di abbracciarti, di vedere che hai fatto ai capelli, di vedere come ti sorprendi appena mi guardi.Svegliati, Tonì, dai svegliati amore, sono qua fuori, non mi senti, non te ne accorgi? Dai cazzo, fa freddo, mi sto congelando!

—–

E’ passata una donna vestita come una battona. Io manco lo so come fa a resistere vestita così. Mi ha guardata storto, come se fossi io quella poco normale a starmene là, ferma, come un ghiaggiolo nel freezer.
Che poi forse c’ha ragione lei Tonì, per resistere al freddo bisogna camminare, muoversi o si finisce per non sentirsi più neanche le ossa.
A Bollate, Irene, quella della 23, un giorno mi ha raccontato di un tipo che si era perso al polo sud e siccome si è fermato e non s’è più riuscito a muovere, è diventato prima blu e poi le sue vene si sono congelate e sono diventate così rigide da uscirgli dal corpo come radici.
Dice che a furia di succedere, al polo sud c’è una foresta di alberi umani,di questi tizi persi e congelati.
Non te lo so dire se mi ha fatto più schifo o meraviglia però l’ho immaginato.
Non so nemmeno se è vero visto che Irene è una strafatta; so solo che nel dubbio,io non voglio diventare un albero e mi faccio un giro qua vicino, ma torno tra un po’. Ti porto la colazione Tonì, c’ho due euro e mi sa che bastano.

—-

Gennaro è troppo lontano per tornarci adesso.
Qui fuori si gela e non c’è un solo posto illuminato.
Tra dieci minuti ti svegli?!
Mi guardo i piedi, tanto per ricordami che ce li ho, tanto ormai non li sento più; la scarpa destra non mi fa nemmeno più male. Credo.
Mi guardo i piedi e penso a tutti i posti in cui ho portato queste scarpe.
Ti ricordi quell’autunno a Cannizzaro, Tonì?
Abbiamo mangiato in quel lido atteggiandoci a grandi signori. Ti eri pure leccato i capelli per sembrare ordinato ed io m’ero fatta baciare da Rosalia pur di avere un po’ di rossetto. A vederci da fuori, così, adesso, eravamo felici: forse troppo felici per sembrare due normali.
Siamo andati via senza pagare, scappando come se ci venisse dietro il mondo; come me stasera per raggiungerti.
Forse erano quelli i tempi migliori Tonì, non tutti quelli che sono venuti dopo, che c’hanno spezzato e bucato così tanto.
Avremmo fottuto il mondo pur di pensare a noi. E l’abbiamo fatto.

Solo che poi il mondo c’ha fottuto lui,Tonì. E io non mi sono mai cambiata sto paio di scarpe.

—-

<< Tonì,sei veglio,Tonì?!OH,sono io,sono Andrea,Tonì!Ma che fai!? >>
E tu non rispondi. Possibile che una torna dall’uomo suo dopo cinque anni e quello manco gli apre la porta di casa? C’hai pure il campanello scassato. E Figurati, so quarant’anni che sta così.
Tonì fa freddo ma se ti devo aspettare t’aspetto. Meglio qua fuori che nel cesso di un treno, lontano da via America.

Mi riguardo le scarpe; oh te lo giuro, sembrano scatole vuote.
Ti ricordi alla festa di Lele, Tonì?
Ci aspettavano tutti, eravamo il re e la regina del mondo. Ci arrivavamo sempre guastati alle feste Tonì. Mi viene il dubbio che Lele e gli altri manco lo sanno come siamo da “giusti”. Come ci siamo divertiti. Come abbiamo ballato, come abbiamo sudato, come abbiamo…qualsiasi altra cosa abbiamo fatto quella sera io non me la ricordo, Tonì. Vabbè, solo che poi c’avevi troppa roba addosso e u Merru ti ha mandato i suoi, e oltre a la roba e a un pezzo del tuo incisivo ci siamo persi pure a Lele.
Ma che vita da cani abbiamo fatto Tonì;  com’è che mi vanno ancora ‘ste scarpe?!
A Ibiza non le voglio fare le feste così.

—-

<<Tonì sono le 5:00. Da Gennaro c’ero già andata e tornata! Ti svegli o no?!
Sono Andrea Tonì,cazzo.Sono Andrea! >>
Non ce le ho più le chiavi di casa tua. Mi sa che non le ho mai rifatte dopo che le ho lanciate quella volta dal traghetto per Civita. Mi avevi promesso che quella era l’ultima volta che rischiavamo di brutto, che era l’ultima volta che u Merru ci guardava negli occhi. Mi avevi detto di salire, che scappavamo insieme, che poi c’era l’amico tuo che ci dava una mano. E l’ho fatto, ci sono salita ma tu sei rimasto e u Merru ha pensato quello che ha pensato. Tonì, io nello zaino c’avevo questo mondo e quell’altro e pure le chiavi di casa tua. Che dovevo fare?!
Ma io pure quella volta non mi sono cambiata le scarpe. A Bollate con la paga settimanale mi sono comprata le ciabatte. Che facevo venivo qua con quelle, a gennaio?!
Tonì, io sto quà lo stesso.

—-

Tonì sono le sei meno un quarto, tu hai sempre dormito troppo ma c’hai pure sempre avuto il sonno sottile.
Io per il freddo infilo mezza faccia nel collo del giubbotto e tutto quello che vedo da qua sono ancora quelle due scatole vuote che ho al posto delle scarpe.
Scarpe vecchie Tonì, scarpe che ho riempito di droga tutte le volte che me l’hai chiesto e di speranze tutte le volte che me lo sono concesso.
E’ con queste vecchie scarpe che me ne sono andata e con le stesse che sono tornata.
<<Tonì sono Andrea; ma davvero dormi? >>

—-

Ho trovato un lampione che funziona,almeno uno nei dintorni di via America.
“America”! Com’è che non c’ho mai pensato?!
Che se l’America è così fa veramente schifo.
Giro attorno al lampione, giusto per convincermi che sto freddo riesco ancora a muovermi. Si e no sono quattro mattonelle messe in croce.
Le scarpe Tonì, sono le 6:10 e mi guardo ancora le scarpe.
Lo sai a che stavo pensando?
Tra tutti i motivi che non ti fanno aprire quella porta sto trovando i più tragici. Sei stato un vero bastardo, un infame. Ma sei pure stata l’unica persona che abbia amato così tanto e non ce la voglio una brutta fine per te. Di certo per me non ho mai provato un amore così.
In cinque anni il metadone ha lavorato sulla mia disperazione. E’ assurdo come, crisi a parte, questo corpo si sia mostrato così indifferente alla dipendenza. Non ci stai in overdose Tonì, questo lo so. C’hai sempre avuto una lucidissima enorme paura; ti sei sempre fatto con qualcuno accanto..con me accanto. M’hai strappato pure da quell’unico lurido lavoro che m’ero trovata perchè dovevo starti a rimboccare il veleno.
Che poi Ibiza Tonì, no?! Mi dicevo: c’eravamo promessi Ibiza e l’eroina, giusto per ricordarci da dove venivamo o per sapere dove dovevamo andare a finire?!
Giusto per avere almeno una certezza, tra le tante che non avevamo, più o meno.

—-

Lo sai perchè non ci voglio dormire qua sotto,Tonì?!
Perchè, oltre che il freddo m’ammazzerebbe e diventerei un albero umano come tutti i tizi persi del polo sud, ma soprattutto perchè qua sotto, sui gradini di Felice Locariello, mi lasciavi a schimicare da sola, con le braccia e le gambe che sembravo uno schifoso foglio sporco e accartocciato e quello là, Felice, che mi svegliava la mattina urtandomi contro col sacco nero della spazzatura, quando scendeva a buttarlo nel cassonetto. Forse persino lui mi voleva più bene di te, Tonì. Forse se gli avessi suonato ore fa adesso starei al caldo in qualche stanza, lì, a casa sua.

—-

Tonì sono quasi le 7:00 è fa un freddo puttana che per pensare, per gridare, io non c’ho più le forze. Non mi basta più nemmeno continuare a girare in tondo su queste quattro mattonelle. Mi sa che vado da Gennaro, qualcuno ancora ci sarà… e se gli ricordo chi sono magari recupero pure un caffè, che almeno mi riscaldo.
Non c’ho un biglietto da lasciarti qua sotto la porta ma tanto manco lo vedresti mai.
Lo sai Tonì, gli alberi mi piacciono e stanotte c’ho avuto tanto l’impressione di essermi trasformata pure io. Non per il freddo, dico. Ma ho piantonato questa via che d’America di sicuro c’ha solo il nome, anche se quella vera io non l’ho mai vista.
Ho capito cosa sono le radici, Tonì. Io pensavo che eri tu le mie radici. Le radici sono quelle cose che si infilano sotto terra e si aggrappano forte per farti stare in piedi e che se le copri col catrame quelle prima o poi ti si girano e si rivoltano, e tanto fanno che lo spaccano, ma alla fine è sempre là che ti mantengono.
Io sono stupida e ignorante e di certo non sono mai stata una ragazzina per bene, però sono stata un sacco fedele alla terra dove mi ero piantata da sola.
Tonì gli alberi diventano sempre più alti e fanno le foglie. Poi mi ha detto Giulio del vivaio che se li tagli gli vedi pure i cerchi e se li conti capisci quanti anni hanno.
Ma io c’ho freddo Tonì, e lo so quanti anni c’ho. Ho ventisette anni e dicono che a ventisette anni non si diventa più alti.
Quattro mattonelle e se rimango un altro po’ sono sicura che mi ci piantano in mezzo.
Ma non voglio essere un albero, Tonì; io non c’ho le radici.
Io sono Andrea e c’ho le scarpe!

E fanculo Tonì, tu non so che fine hai fatto e qua fa così freddo che Ibiza manco me la immagino più. Mi faccio un giro più largo: non lo so dove vado ma di sicuro non c’ho voglia di piantarmi dentro a un fosso un’altra volta. Ci vediamo Tonì.
—-

Te la ricordi quella notte là, Tonì?
No, certo che non te la ricordi!
Quella notte là -che Dio la maledica e la benedica insieme Tonì- c’ho avuto sto coraggio che manco mi ricordo se ho mai avuto prima di te. Quella notte là, con le  solite vecchie scarpe sono tornata in via America numero 11 e con le stesse scarpe di sempre me ne sono andata via.

Gaia

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gru_23

Mio marito aspetta un figlio da un’altra.
Strana la vita ma a me va bene così.
L’ho amato così tanto da dimenticarne il motivo,
e così è successo che non ho più visto nient’altro: né più lui né più me.
Non ho più visto il cane,ne il nostro giardino,né che l’auto era troppo pulita per rilavarla ancora.
Non ho visto più niente che non fosse il mio amore.
E allora mio marito adesso aspetta un figlio da un’altra.
Strana la vita.
Ma me lo ricordo quel giorno lì, davanti casa: dovevamo andare a prendere sua madre e a me non andava per niente, ma come al solito avevo fatto scivolare quell’insofferenza assieme alla canotta di raso.E’ come una carezza: pochi secondi di liscissimo moto verticale e tutto s’addolcisce.
E allora eravamo lì, avevo appena aperto la portiera dell’auto; avrei guidato io,tanto per sentirmi più coinvolta ma lo stormo di aironi mi fece tentennare.Pochi secondi di me e lui dai lati opposti della vettura,due sportelli aperti come ali di un uccello robot; guardavamo il volo prima che lo inghiottissero i tetti. Ho avuto appena il tempo di dirgli : << nostra figlia chiamiamola Gaia >> .
La verità è che ho pensato l’amore più di quanto abbia pensato a noi due: ho pensato a Lilli e il Vagabondo più che a Laura e Gianluca e ho sbattuto mille volte le ali di quell’uccello robot per andare da qualche parte a festeggiare gli anni che passavano.
Il concetto “insieme” lasciato in rassegna come i vecchi libri ancora da leggere che non leggerò mai ; ma del chi sta insieme a chi,come la risolviamo? Come fai a pensare a Lilli senza il suo Vagabondo?! Ne conosci i tratti generali,gli occhioni ed i sorrisi;intuisci un innamoramento e rifuggi al resto del racconto con la chiusa di dovere.Ti affezioni all’immagine e la iconizzi così per non cambiarla mai più.Non riesco a biasimarmi nemmeno da sola ma questo non me lo fa comunque apparire intelligente.
Avrei dovuto non rassegnarmi all’idea del matrimonio; avrei dovuto non rassegnarmi al tema del tempo che ci scorre dritto nel mezzo come se intanto si continuasse a comunicarsi qualcosa, per il semplice fatto di condividere una casa e le bollette.
Perchè che ben mi ricordi ora,io non avevo più idee: ogni luogo mi sembrava già visto;ogni esperienza già fatta,ogni amico già invitato,ogni vino già stappato.Anche il nostro anniversario era diventato un memoriale sacro del primo.Ci preoccupavamo almeno di cambiare la spa,giusto per sentirci più giustificati.
Ci siamo incontrati a 28 anni e stare insieme ci è sembrato così logico.
Tredici anni volati come giorni ed io l’ho amato così tanto da non capirne il motivo.
Poi ho smesso di amarlo per amare l’idea di lui e l’idea di noi ed aiutarmi a sconfiggere la paura del “per sempre” che ci condannava insieme senza farci decidere mai,senza rinverdirci nelle intenzioni,come se non potessero cambiare.
Perchè il cambiamento è un tabù.
E mi sono inventata talmente tanti impegni per non vederci cambiare più.
E mentre io fingevo,lui cresceva; e mentre lui cresceva io continuavo a tagliarmi i capelli sempre nello stesso modo.
Gli ho negato la mia fertilità per non sentirci morire in quell’attenzione che ci saremmo negati, poi. Fantasticavo su un figlio raccontandomi mille motivi per i quali non avremmo dovuto farlo nascere e davo la colpa al mondo, mentre lui piangeva via la sua voglia di continuare a creare.
Ma quel giorno davanti agli aironi non sono stata più coraggiosa: avevo solo capito di averlo perso e avevo smesso di fingerlo poco prima di andare a prendere sua madre.Il tempismo non è mai stato il mio forte.
Così mio marito adesso aspetta un figlio da un’altra e con il mio enorme ritardo ho avuto appena il tempo di dirgli : << nostra figlia chiamiamola Gaia >>, e tutto il resto di una vita per desiderare che mi chiedesse il perchè.

(foto: lipubenveneto)

sul pratico

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gnegne

Mettiamola così: ci siamo confrontati un po’; ok forse non abbastanza ma ci abbiamo provato.Ed io ho cercato di essere schietto ma educato; gli ho detto che non mi piacciono i suoi vestiti,che sono fuori tempo, che il mondo è cambiato ed ha bisogno di un abbigliamento che lo faccia sentire più protetto ma agile,perchè checcacchio,c’è un bel po’ da fare qui;gli tocca e se ne sarà anche accorto da solo.Imparasse a fare parkour pure lui,per esempio. Lui m’ha detto che non gli piacciono i miei capelli;che non gli sono mai piaciuti in verità.Mi ha detto che gli sta simpatico il mio bislacco idealismo perchè sembra anacronistico almeno quanto il fatto che lui ancora non porta i pantaloni.Che poi non sarebbe questione di gender; siamo ben lontani da questi frivoli discorsi: noi andiamo sul pratico.Mi ha detto che lo rimprovero troppo spesso e io gli ho detto che è un sacco comodo dire così.Mi ha detto che devo darmi una regolata cò sta storia del dare posto e nome alle cose,tanto non ci sono mai riuscito;di smetterla di affannarmi col futuro che non vedo;gli ho detto che mi sembrava utile imparare dalla natura ad essere lungimirante ma che pure in quella c’è qualche esempio di incoerenza che mi confonde.Mi ha detto che cos’ho tanto da lamentarmi,che alla fine ho una vita più che agiata.Gli ho fatto tre,quattro esempi di ordine mondiale: l’isis,le malattie,l’economia,l’inquinamento.. e lui m’ha detto che penso in scala grande quando c’è da ridere a stretto raggio.Quattro mosse di kung fu e ho capito che alludeva ad Adinolfi. Ecco,siamo tornati sul pratico!
Mi ha detto che non vado mai a trovarlo; gli ho detto che mi annoia parecchio,che non s’è mai rinfrescato un po’ a dispetto degli anni;mi ha detto che non è colpa sua, proprio non riesce a far ragionare i suoi caproni e le pinguine e che ha pensato già da un po’ di iscriversi ad un corso di pilates per ingannare quelle ore.Gli ho detto che tanto ormai siamo su strade diverse e lui mi ha detto che sembra soltanto ma abbiamo tante cose in comune che ci piace fare.Gli ho chiesto una.Ha detto ridere di Adinolfi,per esempio!Ma siccome lui se la spanciava a grandi eco di risate gli ho detto, vedi, sono ormai ventisei anni che non troviamo un compromesso,Dì.Facciamo che ripassi l’anno prossimo,chissà che cambi qualcosa;pare che 27 sia una tappa strana.
Mi ha detto intanto tagliati i capelli.

Ecco,siamo tornati sul pratico!

incendiary

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico, Uncategorized

Schermata 2015-02-08 alle 14.44.31

 

” Mia nonna mi portò a vedere il monumento dell’incendio di Londra e noi ci abbiamo portato nostro figlio.

La gente pensò che quella era la fine del mondo ma il mondo non finì: in tre anni ricostruirono la città più forte e più alta.Londra è stata costruita sulle sue stesse rovine ed è resuscitata ogni singola volta; le tempeste l’hanno devastata, le inondazioni allagata e la peste l’ha marcita ma neanche Hitler l’ha distrutta.

<< Bethnal Green sembrava l’inferno >> , diceva mia nonna, un mare di fiamme; ma noi siamo tornati come gli zombie e abbiamo edificato sulle macerie.

Io sono la città,Osama; io sono il mondo intero. Ammazzami con le bombe e io mi ricostruirò ancora più forte: sono troppo stupida per capire!

Yessan dice che sei un mostro malvagio ma io non credo nel male: il tango si balla sempre in due. So che sei arrabbiato con i leader dell’Occidente; vuol dire che scriverò anche a loro.

So che sei un uomo intelligente Osama, molto più di me, ma se vedessi mio figlio con tutto il tuo cuore, anche solo per un momento, la smetteresti di fare buchi nel mondo a forma di bambino; ti renderebbe troppo triste.”


Da Incendiary, regia di Sharon Maguire, 2008 (dal romanzo di Chris Cleave “incendiary”, 2004.)

Nuvoletta

storie

nuvoletta

Nuvoletta me faccio chiamà oggi, sì,

Nuvoletta.

Perchè sò disgraziata, perchè sò come ‘na

stronza che te se piazza là davanti quanno è

giugno evvoi prenne er sole,

che te ne vai fino a Ostia che manco te piace, ma là sta a regazetta che nun la conosci e già te la voi sposà a settembre.

Me faccio chiamà Nuvoletta;  ‘na stronza che te fa dispetto, che ‘n te chiede scusa manco a pagalla, manco a trattalla male ma te stà là come ‘n palo della lusce, dritta dritta cor muso de chi te sfida.

Che je n’hai dette a sta disgraziata de na nuvola de passaggio, a regazzì. Che je n’hai menate appresso de parole che n’se ponno dì.

Che l’età tua te fa bello e la mia me invecchia

e la gente n’ce voleva vedè camminà tutt’e due pè la strada, mano nella mano come a due innammorati.

Nuvoletta sò io; 53 anni de vita de passaggio a nasconne er sole alla gente.

Che ce n’hai imparate de cose tra le gambe mie, regazzè; ‘n te facevano ombra quelle. N’ero vecchia all’ora.. e come te piaceva tutta la storia che te raccontavano l’occhi mia.

Che le nuovolette ce stanno bene ner cielo sereno, che pare dipinto.

Ma io non sò dipinta regazzè. Sò de passaggio. Pè tutti.

Nuvoletta me faccio chiamà oggi,

mettetevelo nella capoccia; perchè sò de passaggio e va bene così.

C’avete mannato i figli vostri quà, a famme dì se sò ‘ngamba, a educalli a riconoscè er profumo de na donna da queo de na sottana.

De passaggio pure sui marciapiedi, Nuvolè.

De passaggio che è tutto un passeggio,

Nuvolè.

A solita cosa che sò bona, sò la migliore pure mò a cinquantatrè anni, che sò la santa protettrice de tutte le regazze soddisfatte de sta città.

Jè volete bene voi a Nuvoletta vostra;  jè volete bene quanno vè strizza l’occhi e famo le mogli felici in due: quanno tornate a casa e jè portate i fiori e i sensi de colpa.

Jè volete tanto bene voi a Nuvoletta vostra,quella de passaggio; così bene che se n’giorno se n’ammora dè ‘n regazzetto e pe passeggio ce và davero, ma pella strada è vestita come na signora, nun la riconoscete,

ma jè dite che non se po fà de sporcà la vita de ‘n giovenotto; che l’amore n’è pè lei. Pure se mò sta ar centro strada e mica al lato.

Jè volete bene a Nuvoletta e ar giovanotto; talmente bene che li dovete ammazzà.

Voillà, regazzè, ridi, che te credevi?!

Che te credi mò,regazzè?!

Ridi, che sta da vivere, che devi prenne er sole pè la fanciulla de Ostia.

Ridi che c’avete tutta la gioventù pè dimenticavve de me.

Ma all’età mia ‘n sè dimentica ppiù; se fa finta de niente,

ma è diverso.

Che te credevi regazzè?!

E che te credevi, a Nuvolè?!

Ch’io vado a passeggio, mica rimango :

sò de passaggio.

Pè tutti.

Tranne che pè mme.

Esperimenti&Calamite (EmptyCapture)

appunti

imageC’erano tutte quelle calamite con le parole in inglese, una sera a Lecce, sul frigorifero di casa Leone.
C’erano un sacco di cose non dette, una sera, ovunque nel mio stomaco. Senza troppo pensare, in un valzer di dita, le ho trascinate l’una accanto all’altra, le calamite con le parole non dette.
Tentando di accettare che la vita è un ballo di esperimenti strani e che tra quelli c’eravamo anche noi.

“every experiment between me & us”.