incendiary

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” Mia nonna mi portò a vedere il monumento dell’incendio di Londra e noi ci abbiamo portato nostro figlio.

La gente pensò che quella era la fine del mondo ma il mondo non finì: in tre anni ricostruirono la città più forte e più alta.Londra è stata costruita sulle sue stesse rovine ed è resuscitata ogni singola volta; le tempeste l’hanno devastata, le inondazioni allagata e la peste l’ha marcita ma neanche Hitler l’ha distrutta.

<< Bethnal Green sembrava l’inferno >> , diceva mia nonna, un mare di fiamme; ma noi siamo tornati come gli zombie e abbiamo edificato sulle macerie.

Io sono la città,Osama; io sono il mondo intero. Ammazzami con le bombe e io mi ricostruirò ancora più forte: sono troppo stupida per capire!

Yessan dice che sei un mostro malvagio ma io non credo nel male: il tango si balla sempre in due. So che sei arrabbiato con i leader dell’Occidente; vuol dire che scriverò anche a loro.

So che sei un uomo intelligente Osama, molto più di me, ma se vedessi mio figlio con tutto il tuo cuore, anche solo per un momento, la smetteresti di fare buchi nel mondo a forma di bambino; ti renderebbe troppo triste.”


Da Incendiary, regia di Sharon Maguire, 2008 (dal romanzo di Chris Cleave “incendiary”, 2004.)

apnea part-time

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico

foto e collage di Nicolò Pertoldi

 Mi ricordo che contavo le mezz’ore a  gruppi di dieci minuti ciascuna.

Mani incrociate dietro la bassa schiena, spalle ben aperte come fiere ali d’aquila e mento alto, come sostenuto da un traliccio.

Ostentavo gentilezza, regalavo la sensazione di star aspettando proprio loro, tra tutti; accoglievo la loro non-voglia di informazioni, ingannavamo insieme il tempo in cui si provava a provare un fremito di gioia all’idea di essere finalmente usciti da casa, eccetto poi trovarsi ingarbugliati nel tritacarne di un ipermercato.

Succedeva soprattutto la domenica, quando la gente sperava ansiosa nell’arrivo del lunedì, inizio di giorni tutti uguali, non sapendo più inventarsi la libertà.

Veniva a parcheggiare l’anima nell’ennesima sala d’anestesia, in un bagno di profumi, chiasso, musica, scarpe e dopobarba.

Facevano scivolare i cani sul pavimento lucido dei corridoi di fòrmica.

Ed io ero lì, sulla soglia di una porta automatica: impettito, educato, accondiscendente, a contare mezz’ore a gruppi di dieci minuti ciascuna:

meno dieci…

meno dieci…

meno dieci…

Mi ricordo il sollievo che mi dava una scala mobile che mi portava dal piano terra al primo; guardavo la mano destra riposare sul nastro rotante nell’attesa di una griglia di carta da firmare.

meno dieci…

Mettevo l’accento sul mio nome e alzavo il passo verso le scale un’altra volta.

La fotocellula informava la porta automatica che avevo smesso la mia posa perfetta, che stavolta avevo fretta d’andare via, di respirare.

meno dieci…

Soffrivo la sindrome da apnea part-time con contratto a chiamata.

voi non siete come noi

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illustrazione di NIcolò Pertoldi

“Polpi di testa” di Nicolò Pertoldi

Adesso che sono orgoglioso di questa identità,nonostante i snt. Andreas;

adesso che è terra davvero, ancora secca e spaccata, magari pure per sempre, anche se ricca di buoni “ma”;

adesso che mi sembra umido abbastanza da essere fastidioso, ma va bene per iniziare una vita da batteri e cosìsia;

adesso che, se non sono stanco, gli occhi stanno su e fanno il loro dovere assieme alle orecchie e la bocca non parla assai,

mi ricordo che ci sono veicoli umani a conduzione elettrica.E vanno eh?!Si che vanno.

E’ che se i bambini si stancano di noi, c’hanno ragione : facciamo paroloni di cose che loro farebbero anche meglio e senza spiegarle. Non c’hanno bisogno di dirla, la semplicità.

Ma mi concedo lo spazio per domande complicate di servizio,come:

“Se metti una bruschetta in un vaso con un po’ di terra,poi che succede?!”

E’ passata una bambina l’altro giorno in via Duomo, mentre andavamo al palazzo Galeota; ha detto: << voi non siete come noi! >> , con molto giudizio e poca curiosità negli occhi, potrei dire di primo acchito.Credo c’avesse ragione ma lei non se n’è ancora accorta di essere nata già vecchia.

Ma si fa sempre in tempo a diventare come Benjamin Button.

Così noi parliamo, scegliamo parole affinchè sembrino grandi, sembrino belle; parole che sembrino eleganti purchè sembrino lontane da qualcosa di fisico, tangibile, concreto, connotabile.

Che le parole mi sono sempre piaciute,almeno quanto poco le sopporti.

Ma con le parole (ah, le parole), quelle parole, oggi vorrei saper scrivere una canzone triste e bella, una canzone che ti apra la strada verso i miei luoghi veri e che ti mostri che con tutti i nodi che ho, magari puoi improvvisare due note, strimpellare coi polpastrelli una musica disgraziata.

Che dedicarsi include, come fattore determinante, fottersi il cuore sul gradone di  un’abside, in una chiesa sconsacrata di provincia, per salvarsi poi, volendolo fortemente, pure fosse in un pisciatoio.

E guidare a notte fonda, bagnato fradicio da un pastone di saliva, preghiere e gran rosari di tristezza.

O dare tregua ai polmoni, cercargli una tettoia ancora più a sud e sedermi sul pavimento della cucina di una vecchia scuola per operai; starmene appoggiato a una vetrata, per raccattare un raggio di sole.

Io,armato di tenaglia, martello ed un piede di porco, che comunque non so usare contro il lucchetto del tuo portone.

E spazio per domande complicate di servizio come:

” torneresti mai a riprendermi? ” .

E la certezza di risposte che non voglio avere, tanta paura mi fai.

Ma c’ho due palle enormi, lo sai?!

Che ci vogliono due palle enormi per accettare di fottersi il cuore e lasciarlo sul gradone di  un’abside, in una chiesa sconsacrata di provincia.

E ci vogliono due palle enormi per rimanere o per sperare, o per credere.

Che credere non è gratis.

Che non lo so quanto si regge ogni volta:

ogni volta che qualcuno non ti riconosce,

ogni volta che le parole sono tagliate in sbieco,

ogni volta che bisogna elemosinare un’attenzione

o uno sguardo innamorato.

E’ che se i bambini si stancano di noi, c’hanno ragione : facciamo paroloni di cose che loro farebbero anche meglio e senza spiegarle. Non c’hanno bisogno di dirla, la semplicità.

Se devono lasciarti,ti lasciano. Loro lo sanno dove andare e non c’hanno bisogno di scusarsi se hanno il cuore altrove: non lo trovano un reato.

Ma poi si vive a saltelli tra contraddizioni e posizioni drastiche.

<< VOI NON SIETE COME NOI! >> , ha detto.

Il contrario, cara vecchietta in un corpo acerbo, quanto male ci avrebbe risparmiato?!

Fino a che una sera bevi del vino e mangi biscotti d’avena e cioccolata al 70%; ti ricordi che a qualcuno viene anche spontaneo ascoltarti, orecchie a parte. E poi che esistono veicoli umani a conduzione elettrica. E vanno eh?! Si che vanno.

il cacciavite

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico
twist&shout by Nicolò Pertoldi

twist&shout
by Nicolò Pertoldi

E’ il sogno del cacciavite in mezzo ai denti
(agli incisivi) ,la striscia bianca sul naso e gli occhi grandi “tirati da sotto e da sopra”.

No,non è stato un incidente: l’ho conficcato io per guardarmi diverso,a denti larghi,come quando ero piccolo.
Nel nero camerino del teatro,
lo specchio con le lampadine,
il cerone bianco e il maglione a frange.
Sembravo un topo o un coniglio?
Si,ma comunque avevo occhi chiari.
<< Come sei cambiato,così te ne vai in giro? >>
<< Così in scena! >>

Non scriverò niente che abbia un senso.Uno apparente,almeno.

Certe volte mi ripassano davanti le centomila vite che avrei potuto vivere fin dal principio.E le guardo con occhi grandi e chiari, “tirati da sotto e da sopra”.

C’ho messo dieci anni a fare andare le cose per bene;ci ho messo dieci anni a capire che cosa speravo di trovare dopo un’altra fuga a denti stretti.

Ma ora me li allargo con un cacciavite, per guardarmi diverso.
[mi sa che stavolta non ho avuto paura]

Quello che ne seguì (conosco la storia di un uomo che sua mamma l’ha chiamato Remo)

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico, storie
illustrazione di Nicolò Pertoldi editing di Nicolò Pertoldi

illustrazione di Nicolò Pertoldi

Conosco la storia di un uomo che sua mamma l’ha chiamato Remo prima ancora che nascesse.

Non lo so bene perchè: non mi pare una scelta intelligente.

Quando a cinque anni si ammalò di poliomielite, il suo braccio sinistro ha fatto fatica a crescere e s’è visto da sempre. La gente di paese diceva a sua mamma che era una fortuna che non fosse nato mancino, quindi: << che fortuna, signora Rossè che non gli ha preso il destro, sennò dovevate scrivere per lui! >>

E a Remo gli è successo che quel nome gli fu fatale: un remo solo per una barchetta che poi sarebbe diventata una nave. Si sprecavano tutti quegl’altri bimbetti a dirgliene di ogni, a chiamarlo “braccetto” o “manichino”, per quella posa non volutamente plastica; “Remogiraintondo” diceva poi Marcello, che con un guizzo di intelligenza volpina s’era immaginato il giro a vuoto di quella fragile bagnarola. Remo però sapeva già che ce l’avrebbe fatta ad imitare i canoisti,prima destra e poi sinistra e che quel remo solitario avrebbe fatto il suo lavoro. A dire il vero ciò che più gli dava fastidio non era affatto quella sua “deformità”, quanto che la gente del quartiere, ringraziando la Madonna,continuava a dire “meno male che è a sinistra!”. Ecco, a lui quella cosa là lo faceva indispettire non poco e si chiedeva perchè la gente destrorsa continuasse a definire praticamente inutile il suo arto rimasto cucciolo. E allora era discriminazione per una direzione, mica per lui; era ignoranza verso capacità nemmeno mai esplorate. E’ così che si mise in testa che avrebbe dovuto esplorarle lui: nonostante non ne avesse il minimo bisogno,avrebbe imparato a mangiare con quel piccolo braccio sinistro; a scrivere con la sinistra; ad abbassare la maniglia della porta con la sinistra; a salutare con la sinistra.

Il compito era arduo ma lui testardo il giusto,tanto da costringere sua mamma ad aiutarlo nell’ impresa, che, preoccupata e reticente, gli legava il braccio destro dietro la schiena con una corda ogni pomeriggio, e nel mentre ripeteva sempre: “è troppo stretto, eh Rè, è troppo stretto?!”  anche quando non lo era, palesemente.

Quando Remo ci riuscì, dopo troppe ore di pratica a settimana, lei però ne fu orgogliosa e riscattata,come se si fosse sempre sentita in colpa per non averlo saputo difendere da quella malattia.

Poi Remo crebbe, crebbe fino a familiarizzare con l’apprensione prioritaria della gente che proprio non voleva immaginagli attaccata addosso una vita normale, senza particolari difficoltà; ed allora era lui a consolarli. Tutti quanti. Remo crebbe fino a familiarizzare anche con la cattiveria ingiustificata di altra gente, che non voleva immaginargli attaccata addosso nemmeno una tale sicurezza in se stesso, da non lasciare fessura alcuna per le brutalità; ed allora era lui a spiazzarli assecondandoli, recitando tre passi da robot e ridendogli in faccia.

Ma Remo crebbe anche più di così: crebbe leggendo la politica sui giornali, discutendola nei bar con i più anziani ed ogni tanto in piazza, se gli pareva utile farsi sentire,ma con uno strano garbo tutto suo,che disarmava. Crebbe coi romanzi che gli passava quel “vecchio schifoso” di Ettore, l’uomo misterioso che era forse un assassino o forse un molestatore o forse un contrabbandiere o forse solo un pescatore che parlava troppo poco di sé e che lasciava crescere a dismisura la vorace immaginazione del paese, e che perfino la signora Rossella guardava preoccupata,quando passava lì al porto,capace com’era di ritrovarci un poco di suo figlio in quel paio d’occhi amari.

Remo crebbe portando a casa la musica per vedere ballare sua madre; crebbe scrivendo appunti su tutti gli ulivi che gli capitava di vedere; crebbe correndo in bicicletta anche sopra ai sassi; crebbe in un canto corale di gente quotidiana, di parole apostrofate e troncate di netto; crebbe tra tutti e con nessuno fino al giorno in cui Rossella gli regalò quella famosa Fiat 126 dell’ ’81 vecchia di dodici anni ma sicura abbastanza per andare da Polistena a Gioia Tauro,per uno scorcio di mare,e poi magari un giorno più giù ancora,ad esplorare l’Aspromonte; che tanto ormai si sentiva la libertà in mano Remo, come fosse il portachiavi lucido e tintinnate appeso lì, alle chiavi della 126.

E allora crebbe Remo, crebbe anche sulle quattro ruote che si allisciavano col tempo; crebbe trai semafori; crebbe in quelle strade sterrate di campagna che amava da morire, quando la terra rossa s’alzava e profumava e si infilava nei solchi degli pneumatici e lui se la portava appresso; crebbe in autostrada, dove è tutto dritto e sentiva pace in quella sua solitudine; una pace canticchiata da quel vecchio motore della fiat, tra le strade dissestate dal tempo e mangiate dalla ndrangheta.

Remo crebbe fino a che a ventun anni, nel giugno del ’96, decise di sfidarsi da solo e da solo si accompagnò a Chiaravalle, da Maria, quella cugina quasi amica che vedeva di tanto in tanto, quando lei e gli zii andavano a trovarli, giù a Polistena. Remo e Maria s’erano messi d’accordo per passare un weekend fuori dal controllo dei genitori ma  era stato difficile convincere i genitori di Maria, benché lei fosse più grande di lui di due anni e sette mesi. Il piano era quello di raccontare un mucchio di frottole riguardo al programma del loro fine settimana: un campeggio a Marina di Davoli, qualcosa di tranquillo, sicuramente lontano dai bagliori notturni che negavano ogni lascia passare dei genitori calabresi del ’96.

Così Remo percorse i suoi 73,3 chilometri con la 126 carica di inutilità, utili solo a fare scena con sua madre e gli zii; si fermò giusto il tempo calcolato di una mezz’ora, per fare moine tattiche e trattenere risatine che gli sguardi preoccupati di Maria stimolavano non poco.

A Marina di Davoli ci andarono davvero proponendosi a vicenda di cenare lì, ma lo fecero più per una questione di coscienza: come se esserci andati per davvero potesse regalare attenuanti maggiori al loro reato.

La cena frugalissima fu meno deprimente che a vederla da fuori, come dietro ad una macchina da presa: il maestrale era decente almeno quanto il panino con la mozzarella e le melanzane; quella lattina di coca cola che alla fine Remo comprava senza bere mai, anche stavolta era rimasta quasi intatta e si abbinava bene alla tovaglia di carta coi quadretti rossi e i fermi di  metallo agli angoli del tavolo. Maria lo guardava eccitata per la fuga e confortata dall’avere lui come compagno criminale: gli aveva sempre voluto un gran bene nonostante non l’avesse mai capito veramente.

Lui stava zitto per la maggior parte del tempo e guardava il mare ma a Maria lo sguardo ticchèttava tra il lampione e le dita di lui, così nodose e così composte e sotto al tavolo faceva tremare senza sosta le ginocchia che si scontravano tra loro e che parevano dire “allora, adesso che si fa?”.

Remo sembrava sempre così tranquillo, quasi distante da tutto seppur immerso in qualche cosa di solamente suo. << Heiiii Reeemooo, dove staaai???>>, e allora lui con quell’avanzo di sorriso che gli era rimasto attaccato, si rigirò verso di lei e disse << ANDIAMO! >>.

Superato il marciapiedi, Remo si diede indietro con la scusa di aver lasciato sul tavolino le chiavi della 126 che non avrebbe dimenticato mai, per quanto ci stava attento, ed in realtà si fermò un altro attimo a prendersi quell’ultima boccata di mare che gli valse quasi come un “ciao”, come fosse un saluto, l’ultimo a chi era allora e in quel momento; l’ultimo prima che qualcosa cambiasse per sempre, prima che qualcosa lo cambiasse per sempre.

Maria dal sedile accanto gli chiese dove stavano andando, aspettandosi poco meno che un giro di piazza a Catanzaro, dopo essersi fatti altri 40 minuti di strada, ma lui la colse di sorpresa esaudendo il grande sogno: << Andiamo all’ Atmosfera! >> , disse senza nessun indugio.

In un saltello su sedile della 126 che restituì un fragoroso chiacchiericcio di molle, Maria non seppe contenere l’entusiasmo e si sbracciò fino a cingergli collo e spalle e, in un susseguirsi di movimenti disordinati, abbassò il finestrino, mise fuori il faccione controvento e iniziò a gridare che : << Siiii, ho il cugino migliore del mondo!!!! >>.

Solo quando si calmò cominciarono i dubbi su come s’era vestita, se c’avevano soldi abbastanza; se ce l’avrebbero fatta giàcchè era già tardi e restava ancora da finirsi metà del viaggio. Poi incalzò con tutte le curiosità del caso: e “non ti facevo il tipo”; “ma come t’è venuto in mente?!”; “ma sei sicuro che ci fanno entrare?!”, “ma ti sei fatto gli amici?” “no,è che a sto punto io non ti conosco,mica ti facevo così avventuroso!”.

Remo che se la rideva sotto i baffi, come al solito non mostrava nessun tipo di disappunto, che tutto come sempre sulla sua faccia pareva normale, anche quando gli moriva il cuore. Remo, che la lezione più grande che aveva imparato è che l’unico dolore che si può tollerare alla vista, l’unico lecito all’esistenza e l’unico e solo da consolarsi, è quello degli altri. Remo , che a difendersi c’aveva passato una vita rigirando la pelle del corpo al contrario: l’interno verso l’esterno e viceversa, così da rendere ben visibile i grumi di sangue e le parti più deboli da colpire. Si sentiva come un disco di quelli con cui giochi a freccette: con i punti segnati e il traguardo prelibato concentrato nel centro. Quella pelle serviva a dirti “colpiscimi lì e insegnami come corazzarmi meglio”. Era per questo che non avrebbe mai passato il suo tempo a difendersi nemmeno da una sciocca osservazione: per assurda che fosse, difendersi era come ammettere una propria debolezza ad alta voce e lui quella voce l’aveva sempre risparmiata il più possibile.

Ma quella era la sua sfida e Remo non faceva le cose a metà:

<< Stai calma Marì,vedrai! >>.

Quando arrivarono a Roccelletta di Borgia, lì, vicino Catanzaro, erano già le undici e tredici di sera e per quanto Remo si fosse documentato sul percorso da fare, disse a Maria di prendere lo stradario dal cruscotto anche se fu del tutto inutile capirci qualcosa,agitata com’era.

Arrivarono in via Donnici 18 soltanto dopo aver chiesto informazioni a tre passanti e che  un tizio non ben identificato, accostandosi di fianco con una Seat Ibiza rosso fuoco del ’93, gli gridò: << Per l’ Atmosfera Disco?! Seguite me! >>, senza nemmeno attendere risposta.

Solo quando furono arrivati, una volta parcheggiate le auto, il “tizio della seat” fu meglio identificato come “Girolamo, 27 anni portati male con affianco Massimiliano, 28 portati bene.”

A quel punto i convenevoli fecero presto a togliersi di mezzo e Maria,che proprio le sembrava di vivere un sogno, per metà si tuffava nell’adrenalina che sentiva salire e avvamparla e per metà si preoccupava di quel cugino così poco incline alle chiacchiere da primo incontro.O alle chiacchiere in generale,per meglio dire.

Non ci furono grandi problemi in verità: ben presto il gruppetto si frazionò e si dispose in due file parecchio loquaci di Girolamo e Remo davanti che scherzavano sui propri nomi che insieme sembravano un comando ittico “remo e giro l’amo !”, e Massimiliano e Maria dietro, che già sembravano vicini a decidere quelli dei loro futuri bambini.

Maria era felice, estasiata, si sentiva viva e spaventata da quei brividi tutti messi addosso, così, in una sera sola, come un vestito comprato e mai indossato prima del grande evento. Si, Maria era felice ed estasiata ma guardava Remo ed era quella la sorpresa più grande : Remo ballava; Remo ballava così di gusto e così intensamente che pareva si sciogliesse di dosso una cera pesantissima: colate su colate divenute durissime nel tempo a cui dava fuoco muovendosi così, con gli occhi chiusi; con gli occhi aperti; con gli occhi vivi. Chi era quel Remo lì,quella sera?! E dov’era stato per tutto quel tempo?! E chi stava salutando in quell’ultimo sorriso al mare?!

Erano gli anni di tante, troppe cose affascinanti, luride, illegali e divertenti tutte assieme, ma loro se ne fregarono: a loro bastò la musica e quella compagnia improvvisata nel parcheggio dell’ Atmosfera. Erano gli anni di ribellioni diverse; il dj suonava “Voo doo believe?” dei Datura e “Born slippy” degli Underworld e lasciare andare la testa era un obbligo ancor prima che un piacere.

Quella sera d’inizio estate del ’96, Remo decise com’è che doveva esser fatta la libertà e diede il benvenuto al suo divenire.

A raccontarla così, esattamente come per la cenetta frugale di Marina di Davoli, nulla sarebbe troppo interessante, ammesso che siate a digiuno di film leggeri degli anni ’90 o che abbiate conosciuto Remo o qualcuno come lui; di luci verdi e blu, di stroboscopiche e balli sudati, s’è già riempito l’immaginario e nulla di sensazionale fu detto; o almeno nulla che si potesse distinguere nettamente in quei bassi sparati nello stomaco.

Alla fine quei quattro si scambiarono gli indirizzi e i numeri di telefono ma Maria specificò, con particolare riferimento a Massimiliano, di non chiamarla perchè i suoi non sarebbero stati contenti di una voce maschile dall’altra parte del telefono e che li avrebbe rintracciati lei da una qualche cabina a gettoni. Poi si infilarono in auto, ritornando alle vecchie formazioni e Remo guidò seguendo la seat rossa fino a Catanzaro, dove si fermarono a fare colazione e un giro ad alba inoltrata,passando per piazza Duomo, dove tutto quello che sembrava nuovo era nuovo davvero; almeno per Remo e Maria.

Passarono insieme quasi tutta la giornata perchè dopo quel cornetto e cappuccino non riuscirono a salutarsi né a trovare le energie necessarie per affrontare i rispettivi viaggi di ritorno. Così Remo si ricordò delle inutilità che conservava nella 126 e suggerì l’idea di andarsene a riposare al mare, prima di ripartire.Stavolta fu Girolamo a guidargli dietro: percorsero tutta Viale Europa e scesero a Catanzaro Lido dove,praticamente vicino al punto di partenza, attraversarono il viadotto Corace e si impadronirono del primo pezzo di costa libero, piazzandoci la tenda. Dormirono ore, tutti e quattro, senza realizzare con quanta naturalezza fossero stati capaci di abbandonarsi così vicini: giovani, stanchi e sconosciuti.

Alle cinque del pomeriggio Remo aprì gli occhi ed uscì a respirare il mare con un sorriso nuovo, resuscitato; Massimiliano era già fuori e gli sorrise: << Potremmo venire a trovare te e poi insieme andarcene da Maria,un giorno,no?! >> , disse. Remo rispose al sorriso con un solco più profondo e le mani in tasca: << Certo! >> gli rispose, << di dove siete voi due? >>

<< Girolamo è di Vibo; io pure ma sto a Sant’Onofrio. >>

<< Mi piace Maria. >> ,aggiunse.

Remo sorrise ancora, con un occhio socchiuso al sole del tramonto, guardò il mare e ci vide il futuro.

Passò quasi un mese da quel weekend di libertà prima che tutti si rincontrassero ma in quel mese ci furono poche lettere e qualche telefonata; poi la promessa fu mantenuta e i ragazzi scesero a Polistena a conoscere la signora Rossella che finalmente accoglieva contenta gli amici del figlio. Quella stessa sera si misero in viaggio sulla seat di Girolamo e raggiunsero Maria a Chiaravalle.

I genitori di Maria non erano molto contenti dei due loschi figuri che il nipote s’era portato appresso, tuttavia si fidarono di lui e permisero alla figlia di uscire. Complice il fatto che non sapessero vedere in Chiaravalle nessuna opportunità di svago, si infilarono in macchina, tutti e quattro nella stessa e realizzarono che succedeva per la prima in quel momento, da che si conoscevano. Questo e il fatto che passarono la sera a girare e rigirare cantando canzoni che passava  Radio Catanzaro, bastò a riavvicinarli come se l’alba di Catanzaro in Piazza Duomo non fosse mai finita.

Ne seguirono storie; ne seguirono anni di viaggi di andate e ritorni; ne seguirono normali alti e bassi di amicizie sentite e vissute; ne seguì la festa di laurea in storia della letteratura italiana di Remo e la morte del padre di Massimiliano; ne seguì la scomparsa di Ettore che contribuì a renderlo un uomo ancora più leggendario; ne seguì quella gita a Vibo da Girolamo dove la 126 si ruppe e li lasciò lì due giorni in più; ne seguì una tentata storia mai davvero decollata tra  Maria e Massimiliano, che poi fece domanda per entrare in esercito e si trasferì a Reggio Calabria. Ne seguì che Remo si sentiva nuovo, finalmente non solo un animale troppo silenzioso e ne seguì che a quel piccolo braccio sinistro, un giorno, permise di sollevarsi fino ad accarezzare il viso di qualcun altro.

Ne seguì la vita, così com’è, così come si fa e ne seguì che la solitudine un giorno si alleggerì di peso.

Ne seguì quello che ne seguì ma soprattutto, un giorno, ne seguì che qualcuno scrisse una lettera così e tutto suonò come celebrazione di quell’intera vita che ne seguì :

” Se a distanza di vent’anni ti amo ancora,non ti preoccupare: se ti sembra che siamo diversi dagli altri,probabilmente lo siamo nel nostro modo giusto.

Non ti  preoccupare se ci sono cose che non hai ancora risolto e che probabilmente non risolverai mai: a distanza di vent’anni io e te abbiamo anche più senso di un tempo.

Non ti preoccupare se non siamo diventati ricchi; se alle feste del tuo capo o alle cene dagli amici ci andiamo vestiti bene ma ancora con l’auto che avremmo dovuto cambiare almeno dieci anni fa: restiamo due principi coi baffi anche senza troppi cavalli, io e te.

Non ti preoccupare se viviamo ancora in affitto, se la banca non ci ha mai concesso il mutuo, se il nostro paese non vuole sapere chi siamo, se tra me e te non abbiamo bisogno di raccontarci chi cucina e chi cambia l’olio al motore. Che a noi per definirci non servono sopracciglia rifatte,magliette più corte,movenze forzate. Noi siamo noi e tu sei quello che al supermercato bussa sull’anguria per sapere se è buona ed io quello che ti dice sempre che non serve a niente, anche se amo la certezza di quel tuo gesto spontaneo.

Non ti preoccupare se non siamo mai stati quelli che cambiano il mondo, se nessuno dei due è diventato “famoso” o “importante”, sappi solo che sentirti cantare in balcone, vicino al boiler della caldaia, quando di sera esci a fumarti la tua pall mall blu guardando nel traffico, mi ha sempre fatto pensare di essere il fortunato vincitore del biglietto per un tuo concerto segreto. E che importanti lo siamo, almeno in tutti i posti in cui abbiamo deciso di abitare.

Non ti preoccupare per tutte quelle cose che non possiamo avere come ci sarebbe piaciuto; un figlio nostro, per esempio. Lo sai, siamo stati genitori tante volte io e te e non solo dei nostri nipoti Camilla e Roberto o del nostro labrador : tu sei stato mio padre più volte di quante io lo sia stato con te, nonostante l’età.

Non ti preoccupare, amore mio, se trovare te ha significato perdere gran parte del mondo dal quale provengo: non è mai stata colpa tua ed io, se potessi, rinascerei dal tuo ventre per farti capire che quel dolore che hai non trova colpe nei nostri corpi. Avremmo vissuto meglio senza perdere le radici ma siamo stati bravi ad intrecciare al terreno quel che rimaneva delle nostre.

Non ti preoccupare se metà dei viaggi che abbiamo immaginato non li abbiamo ancora fatti: sognare ci è sempre piaciuto così tanto, che certe volte non avere soldi mi sembra l’unico modo per non rubarci questo privilegio.

Non ti preoccupare se conosco solo l’italiano e non tutte le parole che conosci tu; se sono più pratico, se alzo la voce, se parlo di più, se scrivo di meno, se ti accarezzo di continuo la faccia: abbiamo tante volte trovato il senso alle cose che non lo avevano più e abbiamo risposto, tu a domande mie ed io a quelle tue.

Non ti preoccupare se quel giorno lì, quando abbiamo preso dall’armadio la scatola delle fotografie e tu c’hai trovato tutte le nostre lettere, ad alta voce hai voluto cercare il senso a quel tuo scrivere all’inglese, prima il mio nome e poi il tuo, io ho fatto finta di non accorgermene. L’ho sempre saputo che quando scrivi di noi scrivi con la mano sinistra e che quel senso esiste; lo hai trovato tu quando hai invertito le cose ed io l’ho scoperto quando ho tolto tra me e te tutti gli spazi:

girolamoremo. “

un ciao lungo due chilometri

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico

andate a fare l'amore
L’ho vista questa sera, elettrica davanti al suo espressino ma non di certo a causa della caffeina.Io col mio succo scuro di mirtilli e la voglia di sorridere e subito ci siamo messi a srotolare qualche cosa rimasta indietro,parecchio indietro perchè la sapessimo. Così ci abbiamo messo poco a realizzare quante storie ci capita di scrivere ed in quante sconfiniamo,tutte insieme,fino quasi ad averne la nausea. Ed in così poco tempo,poi.

Io,col suo segreto stretto in tasca non mi sento pesante di nemmeno un grammo in più; resterà mio e lei lo sa; <<sei l’unico a saperlo, sono confusa ma serena o felice,non lo so; sono confusa.Nessuno deve saperlo>>.

Che non si sarebbe sentita giudicata lo aveva realizzato già da sé, altrimenti non ci saremmo seduti a quel tavolino,l’uno davanti all’altra e con quegl’ occhi lì.

Certe volte le mani le tremano quando è incerta ed ha paura, e ti guarda con quelle due enormi biglie scure e sai che ti ascolta davvero,cercando una risposta dentro ai tuoi argomenti.

Abbiamo provato a non dirci che cos’è l’amore e ci siamo riusciti benissimo,consapevoli che fare il contrario,quella si che è un’impresa davvero difficile.

Il suo cellulare ha squillato per almeno tre volte; lei ha risposto ad ogni chiamata e la sua voce è cambiata in due di queste telefonate.Dopo “ciao occhioni”, non importa cosa lei abbia detto né cosa abbia ascoltato in mezzo a tutte quelle frequenze: quello che so io è che il suo sguardo e le sue mani e le sue spalle e tutto ciò che mi era concesso di vedere,facevano un gran chiasso in un misto di   “dovesei?!vieniquà,voglioabbracciarti,mimanchi,voglioridereconte!”.

Ecco perchè è così difficile parlare dell’amore.

che siamo tanti,

che siamo diversi,

che siamo gli ultimi;

gli ultimi romantici.

Lei confusa ma accesa;

Dò serena e spaventata al contempo;

Annalisa coi timori suoi anche se già più consapevole;

io scettico con la voglia d’amare;

noi, insieme, un paio di forbici con una parte tremula; due lame diverse ma con un punto nel mezzo. Ti ho detto che due lame sanno fare il loro mestiere anche da sole e ci hai pensato, mi hai detto che è vero ma che non farebbero il mestiere di una forbice. (Sapevo che volevi dire ma, inevitabilmente, ho pensato: “se questo mestiere è tagliare, è questo che vogliamo fare da grandi?!”. Ma poi, da quel che mi ricordo, ho sorriso e basta).

Gal mi ha detto di vivere e stop,di smetterla con le domande e pure con certe situazioni; di dare opportunità. “stai se ti fa stare bene,corri via se non è così”, ha detto lui.

Lei stasera invece dice della voglia di correre lì,ridersi,viversi ed io finalmente non mi sento così strano.

Che siamo gli ultimi;

gli ultimi romantici.

E’ questo;

è questo ciò che avevo dimenticato.

Mi hanno spento quel credo ogni santa volta che ho deciso di crederci più forte.

Però io..

io volevo dire un sacco di cose da tanto, ma non so mai se ti importa;

volevo dirti che sentirsi amati è stata da sempre un’impresa difficile e che far incuriosire il cuore di qualcuno succede di rado.

E poi ci sono premure e attenzioni,di quelle che valgono più di un weekend, di quelle che stasera, scivolato via dal tavolino, mi rinfilerò in tasca insieme al suo segreto e le sfilerò e le guarderò di notte, luminose, accartocciate dentro al palmo della mano, desiderandole.

Ecco perchè è così difficile parlare dell’amore.

Ma poi ho finto di andare in bagno, ho pagato il conto e dopo un po’ siamo andati via. Il suo segreto è passato a prenderla e lei s’è truccata gli occhi. E’ entrata in quell’auto, ha chiuso lo sportello e ci siamo salutati; ho proseguito a passi lenti e decisi verso casa ma ho sentito un “ciao” lungo due chilometri.

E’ stato il “ciao” più bello di sempre e non era nemmeno per me: un ciao detto a gran voce, di quelli che fanno eco, con l’aria presa dai polmoni e spinta fuori tutta insieme; un ciao felice, felicissimo, un ciao che era “finalmente sei qui,finalmente io e te!”.

Un ciao che mi ha seguito in strada;

un ciao lungo due chilometri.

Ecco perchè è così difficile parlare dell’amore.

ma è autunno ed ho sognato.

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico

ma è autunno ed ho sognato

Vorrei riuscire a scrivere cose meno patetiche di un altro sogno o di malinconie autunnali.

ma è autunno ed ho sognato.

Un altro viaggio: un grande,enorme giardino in India,rigoglioso,un posto per gente ricca,si direbbe a guardarlo.

Intorno e nel mezzo tantissima gente,una gran festa che non so capire,mentre io trascino -con non troppa fatica- il mio trolley.E’ qui che soggiornerò,anche se non so per quanto né come ci sia arrivato.Per ovvie ragioni immagino un aereo ma non so se sia decollato dal mio tacco italico e né a che ora.Dove precisamente sia atterrato,poi,vallo a capire.

E sono qui.

Apro la porta della mia stanza che dà direttamente su questo giardino e mi rendo conto che devo avere davvero tanti soldi per potermi pagare un posto così bello dove stare.Un buon profumo,dei bei colori e in un respiro già s’è fatta sera.

Non ho ancora mollato il mio trolley,non mi sono cambiato e probabilmente puzzo d’aereo,fatica e stanchezza; non ho richiuso la porta alle mie spalle e sento quel gran casino di suoni là fuori ma adesso sembrano più assordanti,più arrabbiati.Mi rigiro verso l’ingresso e d’improvviso la mia stanza è stata occupata da ragazzi e ragazze che mi sfrecciano accanto in un flusso spigoloso e maldestro di movimenti che non so decifrare; l’unica cosa che so è che in tutto questo non c’è un minimo di grazia e che anche il buon odore si è trasformato in una droga malsana e densa.

Letti disfatti,divani calpestati,liquidi sul pavimento,vetrata aperta con forza e senza la minima attenzione.Sbatte; credo stia per rompersi ma non succede.

Quest’aria sà di un sesso sporco,di identità contaminate da chissà quale ignorante ingordigia; di spreco umano, di non curanza, di rispetto mandato a puttane.

Dove sono i miei compagni di viaggio?

Esco,li cerco, ma in pochi secondi realizzo che si sono mischiati al resto di questo girone infernale.Hanno smesso i tamburi e sono iniziati gli spari,le bombe, eppure la gente è ancora fuori che festeggia un dio che a questo punto mi accorgo di non conoscere nemmeno per sentito dire.

Niente mi appartiene,niente mi rassicura,eppure istintivamente ritorno verso quella stanza dove hanno scardinato anche gli infissi,ciò che manteneva sù la porta.Tra un muro e l’armadio spuntano dita immobili e so che non circola sangue là dentro. Ma che succede? COSA CAZZO STA SUCCEDENDO?

Mi guardo attorno nella speranza che anche un solo piccolo particolare mi suggerisca un paio di “perchè” , ma non arrivano; poi vedo anche mia zia,quella suora che mi guarda indignata e digrigna parole che non capisco fino a dirmi “tu sei pazzo,tu non stai bene,sei pazzo!”; la guardo e le rispondo in maniera violenta e quasi vorrei metterle le mani in faccia ma non lo faccio e la lascio andare via.Ma dov’è mia sorella?E che fine ha fatto la mia amica?Mia sorella pare abbia fatto qualche danno in quella stanza maledetta e che adesso vogliano addebitarcelo sul conto.Si,sarò ricco ma non posso permettermi di pagare anche quei danni del cazzo. Un graffio su una consolle e il rubinetto lasciato aperto.Ma dov’è lei,oh?!

Esco e vedo quella mia amica che ha viaggiato insieme a noi ma ha cambiato occhi,ha cambiato modo di muoversi,ha cambiato anche il modo in cui si siede.E com’è lontana.Ha gli occhi tristi di una che si dà a tutti perchè non sa che altro farne di se.Ma che ha fatto?che hanno fatto tutti e che ho fatto io?Di che mi sono drogato?

Eppure avevo promesso a mio fratello che non avrei mai provato nessuna droga sintetica: me lo ha fatto promettere una sera che eravamo a quasi 900 km di distanza,per telefono.Credevo di aver mantenuto la promessa con la mossa facile di chi non prova nessuna curiosità per quella merda. Ma mi viene il dubbio  di essermi fatto di MD o di qualche acido recuperato chissà dove.Mi sarò giocato così anche i soldi dei danni,bòh.

Esco; c’è una guerra in giardino ma esco.Esco e questa gente sembra impazzita in un’orgia sudicia e suicida nel bel mezzo di un campo minato.Basterà un orgasmo a saltare in aria?! Mi domando.

Corro e sembra tutto così lento ma se mi fermo poi và veloce.Nemmeno il tempo è mai giusto; nemmeno per provare a difendersi.

Massì,di sicuro è la droga.

Tre passi e mi viene da vomitare ma non succede nemmeno questo, anche se poi credo che se non lo faccio morirò.Alzo la testa,respiro per un secondo puzza di sangue e fumo e realizzo che morirò comunque.

E’ un trip infernale e nemmeno so che faccia abbia l’amore della mia vita;

così,giusto per dirle che siamo finiti nel posto sbagliato a respirare la merda di vacche sante e magre; di coiti lasciati in giardino assieme ai cannoni bollenti e alle mine antiuomo.

La guerra.Ancora la guerra. MACHECAZZOC’HOIOCONLAGUERRA?!

Mi si avvicina qualcuno; che è femmina lo so ma quando realizzo che c’ha un velo pure lei, capisco che non ce la posso fare e provo a scappare in un corridoio talmente stretto che devo strisciarci di lato e che non posso evitare le pozze di piscio.Ma chi ci viene a pisciarci qua in mezzo?!

Qui sono tutti pazzi,ve lo dico io.Alla fine del corridoio c’è il mare.Niente spiaggia,solo qualche sasso e poi il mare.La suora numero due aggira qualche ostacolo e mi raggiunge; capisco che non è mia zia perchè mi guarda preoccupata: le vedo gli occhi che richiedono la mia attenzione.Ha la pelle liscia e olivastra e non è vecchia,anzi; le guardo la fronte e dalle rughe che scopro lì sopra, capisco che sta contraendo quella pelle e quei muscoli per me,perchè ha qualcosa da consigliarmi anche se per un attimo temo sia un altro inganno.Se non suo,di quello che mi sono sparato in circolo stanotte,chiaro.

<<Vieni con me che di là è giorno!>> . Ma che si inventa questa qua?

Dimmi che mi porti a NewYork e ti credo che li è giorno.Forse.Perchè manco lo so a quante ore di fuso siamo qui.Soprattutto non lo so dove siamo,qui.

<<Vieni,vieni che di là è giorno!>> . La capisco anche se non parla italiano ed insiste almeno una terza volta. L’ha capito che l’unico vero motivo che non mi permette di muovere le gambe è quella roba e non una vera esitazione.

Questo posto mi sta trasformando,ho paura che stia indebolendo il mio controllo sul mio corpo e le mie ferme volontà ma così non và : qualcuno mi salterà addosso per mangiarmi quel che resta delle mie riserve.No,un’altra volta no!

Voglio seguirla ma non ce la faccio.Muovo un piede e lei capisce.Aspetta un secondo passo; lo faccio ma stiamo già tardando e allora mi prende per il gomito sinistro e mi trascina. Io guardo quella presa e quel che vedo è la mia mano che penzola e il suo velo che combatte col vento.

Finalmente siamo più veloci noi di tutto il resto. Guardo sotto e vedo sassi che rotolano furiosi e poi mattoni e poi erba..mi riguardo il braccio sinistro che lei ancora mi tiene stretto e non trovo più il mio tatuaggio.

Ognuno ti ruba qualcosa,hai visto?! te lo dicevo ormai più di un anno fa,mentre eravamo nudi a letto ed io piangevo,finalmente.Ma ancora non era settembre e tutto ti sarà sembrato così fuori contesto e fuori stagione.

Farò finta di niente ma mi terrò le mie domande belle strette ed insistenti nella testa,già lo so.

Ci fermiamo e varchiamo a metà una porta quadrata,grandissima,di un legno decorato ed intagliato,tinto d’oro, anche se poi io so distinguere bene le pennellate ed il colore sottostante. E’ quasi acquerellato questo colore che sembra che chi l’ha dipinto non sentisse l’esigenza di nascondere niente.

Un passo oltre  e sarò fuori.Mi abbaglia la luce di un sole sereno.

Varco il confine e sento sciogliersi qualcosa nei polmoni; qualcosa che mi casca letteralmente via dal corpo.Rimango interdetto ma già mi sento più lucido.Forse era la droga a scivolare via tutta d’un colpo.

Lei, donna di una religione senza un dio egocentrico, mi tiene la mano destra adesso,fino a condurmi sul bordo di una enorme fontana rettangolare.C’è acqua limpida e calma,pulitissima.

Mi dice << è più semplice,lo vedi?! E’ più semplice stare bene.Non bisogna  essere originali a tutti i costi per questo.>>

Le sorrido pensando all’inferno di là e poi ai miei anni passati.Le sorrido e ripenso a quanto alcool avrò bevuto per “essere originale”.

Un vecchietto sereno e sorridente,magrissimo e con la barba bianca siede a cavalcioni su un tronco galleggiante,in quella enorme fontana; si avvicina e mi svela qualcosa su come riesca a mantenerla così pulita.

Mi fa capire che non è un mondo perfetto nemmeno quello e che io posso anche scordarmi che un giorno ne avrò uno in cui vivere. <<Certe questioni sono solo più grandi,più grandi e più grandi e più grandi di te.Prendi il tuo tronco e galleggia e pulisci gli angoli se ti và,ma non ti angosciare.Per quelli  come te riuscirci è come salvarsi.>> . Sorride che mi fa rabbia e tenerezza e vorrei abbracciarlo e chiedergli che cacchio mai ne può sapere di me e che è solo un vecchio rimbambito seduto su un tronco galleggiante nel bel mezzo del niente.Ma non lo faccio.

Penso alla cattiveria,così,all’improvviso.Penso a tutte le volte che, senza confessarlo a  nessuno,mi son passate davanti scene di spade e pistole e seghe elettriche e ho dovuto salvarmi da solo.

Ora lo so cos’è che vuole sto vecchio.

Gli sorrido e so che non guarirò; non adesso almeno. E in uno sguardo capisco che lui lo sa già.

Nessuno dice più niente, ci godiamo un attimo di quiete al sole mentre risale un’ansia strana e sul fondo di quella fontana un’ombra piatta è già in apnea e mi nuota contro..

Poi mi sono svegliato nel bel mezzo di un temporale enorme; oltre  seimila fulmini sulla mia città e mi sono ricordato di quella frase là:

” qualcuno dormiva durante la fine del mondo!”.

e ci dicemmo, d’undici settembre:

N: combatto con l’istinto,Dò.Altrimenti davvero sarei una brutta persona.
D: questa frase è multiinterpretabile
spiegami
N: MULTINTERPRETABILE,
fico
D: naturale
meh, dì
N: il mio istinto manderebbe tutti a cagare Dò.non mi fido di niente,ho pensieri brutti di ogni genere che tengo per me.ma quello che metto fuori non è finzione,credimi,
è solo il tentativo di stare calmo e di darmi delle opportunità anzi che bruciare tutto
D: comprendo molto bene quest’ultima parte. ci scivolo quando si tratta di mettere la mia vita in un binario a due

mi è successo come nei film

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico

mi è successo come nei film

Mi è successo come nei film.
E’ un gioco affascinante da sempre, inutile starsela a raccontare la storia che non sia così:
ti indurisce la pelle in superficie e ti indebolisce gli strati sotto; sembra aiutarti a distaccare tutti i jack dagli ingressi dei bassi, le vibrazioni pesanti che però sotto al palco di un altro continuano a piacerti, che continui a cercare perchè ti danno l’impressione di saperti ancora scombussolare dentro, ogni tanto. Ammesso tu abbia optato per un “SI”, questo è chiaro. Una caverna costruita con quella tecnica di mimesi urbana ma con qualche spigolo vivo di troppo. E diventi tu, quel cinico incaponito, con un angolo della bocca tendente alle direzioni alte, uno sbuffo della spalla a marcare quanto poco il tutto ti tocchi le viscere e un ghigno di dolore appena ti volti, per tornartene in quel cazzo di posto da dove vieni, e che nessuno sa qual è.
Che gran figo mi sono sentito all’inizio e che gran coglione poi.

CìNICO:
1. agg. e s. m. (f. -a) [dal lat. cynĭcus, gr. κυνικός, der. di κύων κυνός «cane»; propr. «canino, simile al cane, che imita il cane» (…)
2. a. s. m. (f. -a) Chi, con atti e con parole, ostenta sprezzo e beffarda indifferenza verso gli ideali, o le convenzioni, della società in cui vive; chi non arrossisce di nulla, impudente, sfacciato.

E allora mi è successo come nei film, quella sera che ancora ero uno “studente fuori sede” in congedo dalla distanza dalla terra madre, quando stanco dei racconti e dei sorrisi
                                                      non troppo pieni ma troppo riempiti,
mi sedetti sul letto della mia vecchia stanza -leggermente proteso in avanti e poi man mano di più- e rovistai con lo sguardo quei muri, sorridendo e annuendo ad ognuno dei ricordi lasciati lì, ad imbrattare l’intonaco negli anni. Tutte quelle piccole e grandi tracce di ciò che ero stato sembravano un percorso ad ostacoli, si, ma pur sempre un percorso. E come tutti i percorsi mi portò da qualche parte.

Sul comodino accanto al letto,dove il mio ginocchio poggiava premendo senza nemmeno rendersene conto, un piccolo pupazzo nero e ricamato, cucito troppi sogni prima e una foto incorniciata di un ragazzino acerbissimo, una lucertola biondastra ed esile, liscia fuori ma increspata dentro e con una quasi imbarazzante e imbarazzata voglia di vivere.
Una sconfinata tenerezza che da dentro non ti vedi mai. Forse è anche a questo che servono le fotografie e gli specchi, mi diverto a pensare adesso: a restituirti quella tenerezza.
Una sconfinata tenerezza, come un enorme sprofondo del mio cuore ormai finito chissà dove.
Ma è così che ti succede alle volte: tutte le cose che non trovi più e che oramai dai per perse tanto che poi non ti sprechi nemmeno a cercarle, ti ruzzolano in contro un giorno, o te ne accorgi perchè seppur ben nascoste nel fondo della mensola, un soffio di vento le ha spostate sul bordo fino a farle cadere.
E il rumore di un precipizio si fa riconoscere bene.

Quel giorno là, a me è successo come nei film: mi sono osservato lucertola acerba, con la codina piccola ma un sacco energica e ho pianto; ho pianto per me e per tutto quello che mi ero perso e che stavo continuando a perdermi.
Ho pensato a quello che, se solo fossi stato un altro, se solo avessi potuto essere un altro e stringermi la mano all’ora, mi sarei affrettato ad amare dicendo “Complimenti ragazzo: hai un cuore che batte e due occhi troppo umani per starci bene al mondo. Ma per fortuna c’ hai le mani che ti aiutano a tenere un equilibrio. Complimenti ragazzo, che ti fai venire ancora i brividi. Se ci riesci non smettere mai!”

Ecco perchè mi è successo come nei film, perchè soffrire e aver sofferto di colpo sembrava aver avuto un senso,magari sporco ma un senso lo stesso.
Che io quel giorno, come in uno dei più banali lieto fine, mi sono abbracciato e mi son detto «RIPRENDITI», e lo sapevo che voleva dire “riscopriti” o “riappropriati”.

Piano.Piano Piano Piano.
E adesso per fortuna, complimenti ragazzo che ti fai venire ancora i brividi. Se ci riesci non smettere mai!

Ti cercavo

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico
Ti cercavo;
ti cercavo sempre,
in mezzo alla gente, per la strada a mezzogiorno o la mattina presto,che era un momento prezioso;
nei centri commerciali: tra gli scaffali dei biscotti che non posso mangiare più o al banco verdure,a immaginarti di desiderare di avere il tempo per sceglierle con cura,ma a ritrovarti -forse a decidere- di non averne abbastanza.
ti cercavo;
cercavo la tua lentezza mentre provavo a fabbricare la mia velocità,in un adattamento a volte facile ed altre impossibile;
ti cercavo in lavanderia,come in quei film ormai troppo banali e
ti cercavo al centro di una piazza grande,
con il mio stesso senso azzerato dell’orientamento.
ti cercavo in un’attesa del tram o in una comparsata su una panchina,quella davanti al parco ma non dentro,
ad aver voglia di interrompere (e chissà perchè)
il mio flusso di pensieri malinconici e rilassati.
Ti cercavo;
Ed arrivavi ogni volta fino a che non alzavo gli occhi o non facessi il minimo gesto, abile a distrarre la mia immaginazione.
Ti cercavo.
Poi ho notato di aver lasciato un pò di me in ciascuno di quei posti,fino a non aver più niente da riportare a casa.
E mi ricordo che ho inventato mille nuove cure assurde;mi sono ammonito ogni volta che ho alzato di nuovo la testa per scorgere di te e non di me.
Ma poi ho imparato che è proprio vero che ci si abitua a tutto:
a cercarti ancora
come anche a camminare soli.
E se l’indole t’aiuta,in un certo senso è come essersi fregati da soli.
Ancora.
 
Ti cercavo.