di nebbie e ninna nanne

nebbia, ninna nanna, pensieri

una canzone,il passo che cede alle regole del tempo e della musica,la mimica che cambia,la voglia di gridare un pò di più,le mani che si aprono e richiudono,prendere a pugni l’aria.
una notte d’acqua e sale,la speranza sempre pronta per un futuro diverso.
ninna nanna…
“passa tutto” è una consolazione a doppia valenza.irreversibile,comunque.
shh,ninna nanna…
“andrà tutto bene”,era questo che avevo bisogno di sentire.
ninna nanna…
il lettone azzuro è il lettone azzurro:mi andrà bene anche stanotte.
questo è un conto alla rovescia di ninna nanne.
tutto quello che accade nel frattempo viene archiviato in un faldone verde con etichetta bianca sulla quale un pennarello ha scritto: “imprevisti e sorprese”-frutto del tentativo di riempire il tempo e meritarmi un viaggio.-
in questa Milano,ogni scombussolamento è lieto,va e viene finchè lo tiri a te,finchè lo cacci via.
di nebbie e ninna nanne sia pregna questa canzone.

appunti su Lisbon Story

abbraccio, appunti, aria, cambiamenti, lisbon story, mente, passato, pensieri, sentire, viaggio, vita

Teresa la Cantante: È preoccupato per Frederico?

Teresa la Cantante: Tornerà,è solo un pò..

Philip Winter: e già, un po’..

Teresa la cantante: già!

Teresa la cantante: Ce l’ha una chiave della casa?

Philip Winter: No, tanto la porta è sempre aperta

Teresa la cantante: una è meglio averla. Ecco, prenda la mia!

Philip Winter: è anche quella del suo cuore?

musicista Madredeus: lei ora ne è il custode

Philip Winter: cos’è la chiave senza un bacio?!

“Il suono dell’assenza di Frederic!”

Philip Winter: grazie per la tua cartolina.

Teresa la cantante: l’hai ricevuta?!

Philip Winter: Mi sei mancata.Che mi dici del brasile?

Teresa la cantante: fantastico.

Philip Winter: raccontami tutto!

Teresa la cantante: volentieri ma non ora.

Philip Winter: quando ?

Teresa la cantante: più tardi…come va la tua gamba?

Philip Winter: ooo uff e…. le tue come vanno e come,come vanno le tue labbra ,come va il tuo collo,come vanno i tuoi occhi,come va la tua voce?!… sei talmente bella….

Teresa la cantante: torneranno tutti tra un paio di giorni

Philip Winter: e come faccio a ritrovarti?

Teresa la cantante: lascia la porta aperta!

Philip Winter: dormirò sulle scale!

(c’è tutto il mondo che ti viene in aiuto quando non riesci ad acchiappare un pensiero tra tutti quelli che ti svolazzano attorno.e allora adesso sono frasi,piccoli imput,viaggi brevi.Va benissimo così.non so trovare conforto che nella nuova aria da respirare.nulla,nulla che parli di passato,nemmeno un attimo.l’aria attorno,sarà anche bizzarro e poco romantico,ma dell’aria attorno è l’unico abbraccio che sono in grado di sentire davvero adesso.respiro la vita..perchè domani finisce in fretta ma oggi è ancora qui.)

l’incendio

crescita, due di due, incendio, indifferenza, notte, pensieri, sirena


una sera è stata strana,non perchè strana significhi brutta o chissachè.
insomma,una sera è stata strana perchè strana,come al solito per me,vuol dire rivelatrice.
non che rivelatrice significhi necessariamente che porti nuove gradite rivelazioni.
ma questo è il mio solito modo di perdermi in mille preamboli in cui annodarsi è facile ma uscirne diventa sempre più difficoltoso.e ho gia cambiato discorso.
punto e a capo.

L’altra sera(non mi ricordo esattamente quando),
erano più o meno le due e mezza della notte ed io camminavo nella porzione sporca ed umidiccia di città che mi accoglie ormai da un pò.
farmi quel tratto di strada alla sera mi rende felice di quella condizione esistenziale che solitamente si definisce solitudine.ma è una solitudine all’aria aperta,piena di respiri buoni,comunque vada,tra i riflessi delle pozzanghere milanesi.
Quella sera nel mio tratto di strada notturna,il fruscio del traffico rarefatto e le luci brune si sono spezzati al suono della sirena dei vigili del fuoco e al suo colore blu lampeggiante.
Quel suono e quel colore rotolavano in corsa su ruote spesse verso casa mia.
Io lento,sereno,con nessun allarmismo ho continuato,destra sinistra,sinistra e destra,cappuccio sulla testa, mani in tasca e tintinnio di chiavi e catena.
Ho passato il tempo a chiedermi se la casa che stava bruciando fosse la mia,se il fumo denso che adesso vedevo e odoravo fosse quello delle mie tende gialle,dei miei libri,dei miei progetti,dei miei quadri;ho immaginato che tutto si stesse consumando come una vecchia fotografia lanciata nel fuoco vivo di un camino.Rattrappendo,sparendo in se stessa.
Non ho trovato nulla per cui valesse la pena correre precipitandomi in un’ingenua eroicità da “adesso salvo tutto”.
Mi ricordo giusto qualche anno fa,quanto mi sembrava assurda l’idea di partire senza portarmi dietro le “coseimportanti”,e la valigia si riempiva e riempiva(libri,musica,pennarelli,le felpe preferite,i pantaloni del nonsisamai,il bracciale portafortuna,le scarpe in più del semivestostrano..),ingombrato ed ingombrante.
E poi la valigia ha iniziato a diventare sempre più leggera,più essenziale,più piccola,uno zaino.
Perciò adesso era inevitabile cercare di passare nel mio scanner mentale ogni oggetto in quella piccola casa affogata di me e non trovarci nulla di essenziale,appunto.
Come immensamente si cambia nel corso del tempo.
Come ininterrotamente ci si critica.
E allora ho continuato a camminare lento trai bagliori dell’umido sull’asfalto,osservato la punta di ciascun piede,di ciascuna scarpa,mi è venuta voglia di tirar dritto per chissàdove,fermarmi solo quando avrei trovato un posto che valesse la pena di essere salvato dalle fiamme,che valesse la mia corsa.
Ma poi ho sorriso.
Ho pensato a come si eleva un’anima,a quanto bello diventa accorgersi di essere così distaccati dalla materia anche a costo di sentirsi un pò più soli e persi ogni tanto.
Ho pensato a Guido di “duedidue”,come lo pronuncio fitto io,con la terra che gli scotta sotto i piedi troppo in fretta;l’ho guardato per un pò attraversare al penultimo incrocio prima di arrivare nella casa in cui vivo adesso,vestito di quel completo grigio e corto per polsi e caviglie,rapato a zero e la pistagnina stretta in gola.Non mi ha guardato,sono io che ho visto lui.
Nemmeno lui correva ma era svelto e andava al 16,come me.
Diresti che fin ora Guido s’è costruito solo una vita triste e vuota,come se avesse camminato su lunghe strade con muri altrettanto lunghi sulla destra;come se lui avesse proceduto per tutto questo tempo puntando sempre il pastello a cera rossa su quel muro, senza mai guardarlo.
Come se avesse lasciato segni senza davvero lasciarsi segnare.
una linea continua,non dritta.Variazioni che seguono l’andamento di un braccio attacato ad un corpo,un corpo che contiente vene,del sangue;del sangue pompato da un muscolo che fa troppo lavoro per una vita sola.
Un segno R,come di ritorno o di rinascita o di restare.
Non vuol essere il solito tentativo di assomigliare alla descrizione di qualcun altro,sarebbe anche triste,ma Guido è esattamente quella parte di noi,in questo caso di me.
Lascio ogni giudizio a persone diverse,persone che non sono io.
Perchè io non ne ho bisogno.

quando sono arrivato al 16 non era in fiamme casa mia,non era in fiamme nemmeno una parte piccola del palazzo.Nella via del 16 non c’era fumo ne puzzo di fumo,non c’erano sirene nè luci blu lampeggianti.C’era Guido che stava andando,aveva suonato al mio citofono senza insistere una volta di più.Io sempre lento,sereno,con nessun allarmismo ho continuato,destra sinistra,sinistra e destra,cappuccio sulla testa, mani in tasca e tintinnio di chiavi e catena.
Non ho tentato nemmeno un attimo di trattenerlo.
L’ho visto andare via nel suo vestito grigio,di spalle.L’ho visto dissolversi piano,poi ho aperto il cancello,il portone,la porta di casa.
Ho guardato con non curanza tutto il micro mondo attorno,l’ho avvolto di indifferenza,quasi come fosse scontata la presenza di ogni singolo oggetto;ho guardato con gli occhi di chi dice che nulla gli è indispensabile.
Lì al 16 era tutto al suo posto ma qualcosa di invisibilmente reale stava bruciando e non di certo l’acqua sarebbe stata sufficente a spegnere quell’incendio.