Nuvoletta

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nuvoletta

Nuvoletta me faccio chiamà oggi, sì,

Nuvoletta.

Perchè sò disgraziata, perchè sò come ‘na

stronza che te se piazza là davanti quanno è

giugno evvoi prenne er sole,

che te ne vai fino a Ostia che manco te piace, ma là sta a regazetta che nun la conosci e già te la voi sposà a settembre.

Me faccio chiamà Nuvoletta;  ‘na stronza che te fa dispetto, che ‘n te chiede scusa manco a pagalla, manco a trattalla male ma te stà là come ‘n palo della lusce, dritta dritta cor muso de chi te sfida.

Che je n’hai dette a sta disgraziata de na nuvola de passaggio, a regazzì. Che je n’hai menate appresso de parole che n’se ponno dì.

Che l’età tua te fa bello e la mia me invecchia

e la gente n’ce voleva vedè camminà tutt’e due pè la strada, mano nella mano come a due innammorati.

Nuvoletta sò io; 53 anni de vita de passaggio a nasconne er sole alla gente.

Che ce n’hai imparate de cose tra le gambe mie, regazzè; ‘n te facevano ombra quelle. N’ero vecchia all’ora.. e come te piaceva tutta la storia che te raccontavano l’occhi mia.

Che le nuovolette ce stanno bene ner cielo sereno, che pare dipinto.

Ma io non sò dipinta regazzè. Sò de passaggio. Pè tutti.

Nuvoletta me faccio chiamà oggi,

mettetevelo nella capoccia; perchè sò de passaggio e va bene così.

C’avete mannato i figli vostri quà, a famme dì se sò ‘ngamba, a educalli a riconoscè er profumo de na donna da queo de na sottana.

De passaggio pure sui marciapiedi, Nuvolè.

De passaggio che è tutto un passeggio,

Nuvolè.

A solita cosa che sò bona, sò la migliore pure mò a cinquantatrè anni, che sò la santa protettrice de tutte le regazze soddisfatte de sta città.

Jè volete bene voi a Nuvoletta vostra;  jè volete bene quanno vè strizza l’occhi e famo le mogli felici in due: quanno tornate a casa e jè portate i fiori e i sensi de colpa.

Jè volete tanto bene voi a Nuvoletta vostra,quella de passaggio; così bene che se n’giorno se n’ammora dè ‘n regazzetto e pe passeggio ce và davero, ma pella strada è vestita come na signora, nun la riconoscete,

ma jè dite che non se po fà de sporcà la vita de ‘n giovenotto; che l’amore n’è pè lei. Pure se mò sta ar centro strada e mica al lato.

Jè volete bene a Nuvoletta e ar giovanotto; talmente bene che li dovete ammazzà.

Voillà, regazzè, ridi, che te credevi?!

Che te credi mò,regazzè?!

Ridi, che sta da vivere, che devi prenne er sole pè la fanciulla de Ostia.

Ridi che c’avete tutta la gioventù pè dimenticavve de me.

Ma all’età mia ‘n sè dimentica ppiù; se fa finta de niente,

ma è diverso.

Che te credevi regazzè?!

E che te credevi, a Nuvolè?!

Ch’io vado a passeggio, mica rimango :

sò de passaggio.

Pè tutti.

Tranne pè me.

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Quello che ne seguì (conosco la storia di un uomo che sua mamma l’ha chiamato Remo)

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico, storie
illustrazione di Nicolò Pertoldi editing di Nicolò Pertoldi

illustrazione di Nicolò Pertoldi

Conosco la storia di un uomo che sua mamma l’ha chiamato Remo prima ancora che nascesse.

Non lo so bene perchè: non mi pare una scelta intelligente.

Quando a cinque anni si ammalò di poliomielite, il suo braccio sinistro ha fatto fatica a crescere e s’è visto da sempre. La gente di paese diceva a sua mamma che era una fortuna che non fosse nato mancino, quindi: << che fortuna, signora Rossè che non gli ha preso il destro, sennò dovevate scrivere per lui! >>

E a Remo gli è successo che quel nome gli fu fatale: un remo solo per una barchetta che poi sarebbe diventata una nave. Si sprecavano tutti quegl’altri bimbetti a dirgliene di ogni, a chiamarlo “braccetto” o “manichino”, per quella posa non volutamente plastica; “Remogiraintondo” diceva poi Marcello, che con un guizzo di intelligenza volpina s’era immaginato il giro a vuoto di quella fragile bagnarola. Remo però sapeva già che ce l’avrebbe fatta ad imitare i canoisti,prima destra e poi sinistra e che quel remo solitario avrebbe fatto il suo lavoro. A dire il vero ciò che più gli dava fastidio non era affatto quella sua “deformità”, quanto che la gente del quartiere, ringraziando la Madonna,continuava a dire “meno male che è a sinistra!”. Ecco, a lui quella cosa là lo faceva indispettire non poco e si chiedeva perchè la gente destrorsa continuasse a definire praticamente inutile il suo arto rimasto cucciolo. E allora era discriminazione per una direzione, mica per lui; era ignoranza verso capacità nemmeno mai esplorate. E’ così che si mise in testa che avrebbe dovuto esplorarle lui: nonostante non ne avesse il minimo bisogno,avrebbe imparato a mangiare con quel piccolo braccio sinistro; a scrivere con la sinistra; ad abbassare la maniglia della porta con la sinistra; a salutare con la sinistra.

Il compito era arduo ma lui testardo il giusto,tanto da costringere sua mamma ad aiutarlo nell’ impresa, che, preoccupata e reticente, gli legava il braccio destro dietro la schiena con una corda ogni pomeriggio, e nel mentre ripeteva sempre: “è troppo stretto, eh Rè, è troppo stretto?!”  anche quando non lo era, palesemente.

Quando Remo ci riuscì, dopo troppe ore di pratica a settimana, lei però ne fu orgogliosa e riscattata,come se si fosse sempre sentita in colpa per non averlo saputo difendere da quella malattia.

Poi Remo crebbe, crebbe fino a familiarizzare con l’apprensione prioritaria della gente che proprio non voleva immaginagli attaccata addosso una vita normale, senza particolari difficoltà; ed allora era lui a consolarli. Tutti quanti. Remo crebbe fino a familiarizzare anche con la cattiveria ingiustificata di altra gente, che non voleva immaginargli attaccata addosso nemmeno una tale sicurezza in se stesso, da non lasciare fessura alcuna per le brutalità; ed allora era lui a spiazzarli assecondandoli, recitando tre passi da robot e ridendogli in faccia.

Ma Remo crebbe anche più di così: crebbe leggendo la politica sui giornali, discutendola nei bar con i più anziani ed ogni tanto in piazza, se gli pareva utile farsi sentire,ma con uno strano garbo tutto suo,che disarmava. Crebbe coi romanzi che gli passava quel “vecchio schifoso” di Ettore, l’uomo misterioso che era forse un assassino o forse un molestatore o forse un contrabbandiere o forse solo un pescatore che parlava troppo poco di sé e che lasciava crescere a dismisura la vorace immaginazione del paese, e che perfino la signora Rossella guardava preoccupata,quando passava lì al porto,capace com’era di ritrovarci un poco di suo figlio in quel paio d’occhi amari.

Remo crebbe portando a casa la musica per vedere ballare sua madre; crebbe scrivendo appunti su tutti gli ulivi che gli capitava di vedere; crebbe correndo in bicicletta anche sopra ai sassi; crebbe in un canto corale di gente quotidiana, di parole apostrofate e troncate di netto; crebbe tra tutti e con nessuno fino al giorno in cui Rossella gli regalò quella famosa Fiat 126 dell’ ’81 vecchia di dodici anni ma sicura abbastanza per andare da Polistena a Gioia Tauro,per uno scorcio di mare,e poi magari un giorno più giù ancora,ad esplorare l’Aspromonte; che tanto ormai si sentiva la libertà in mano Remo, come fosse il portachiavi lucido e tintinnate appeso lì, alle chiavi della 126.

E allora crebbe Remo, crebbe anche sulle quattro ruote che si allisciavano col tempo; crebbe trai semafori; crebbe in quelle strade sterrate di campagna che amava da morire, quando la terra rossa s’alzava e profumava e si infilava nei solchi degli pneumatici e lui se la portava appresso; crebbe in autostrada, dove è tutto dritto e sentiva pace in quella sua solitudine; una pace canticchiata da quel vecchio motore della fiat, tra le strade dissestate dal tempo e mangiate dalla ndrangheta.

Remo crebbe fino a che a ventun anni, nel giugno del ’96, decise di sfidarsi da solo e da solo si accompagnò a Chiaravalle, da Maria, quella cugina quasi amica che vedeva di tanto in tanto, quando lei e gli zii andavano a trovarli, giù a Polistena. Remo e Maria s’erano messi d’accordo per passare un weekend fuori dal controllo dei genitori ma  era stato difficile convincere i genitori di Maria, benché lei fosse più grande di lui di due anni e sette mesi. Il piano era quello di raccontare un mucchio di frottole riguardo al programma del loro fine settimana: un campeggio a Marina di Davoli, qualcosa di tranquillo, sicuramente lontano dai bagliori notturni che negavano ogni lascia passare dei genitori calabresi del ’96.

Così Remo percorse i suoi 73,3 chilometri con la 126 carica di inutilità, utili solo a fare scena con sua madre e gli zii; si fermò giusto il tempo calcolato di una mezz’ora, per fare moine tattiche e trattenere risatine che gli sguardi preoccupati di Maria stimolavano non poco.

A Marina di Davoli ci andarono davvero proponendosi a vicenda di cenare lì, ma lo fecero più per una questione di coscienza: come se esserci andati per davvero potesse regalare attenuanti maggiori al loro reato.

La cena frugalissima fu meno deprimente che a vederla da fuori, come dietro ad una macchina da presa: il maestrale era decente almeno quanto il panino con la mozzarella e le melanzane; quella lattina di coca cola che alla fine Remo comprava senza bere mai, anche stavolta era rimasta quasi intatta e si abbinava bene alla tovaglia di carta coi quadretti rossi e i fermi di  metallo agli angoli del tavolo. Maria lo guardava eccitata per la fuga e confortata dall’avere lui come compagno criminale: gli aveva sempre voluto un gran bene nonostante non l’avesse mai capito veramente.

Lui stava zitto per la maggior parte del tempo e guardava il mare ma a Maria lo sguardo ticchèttava tra il lampione e le dita di lui, così nodose e così composte e sotto al tavolo faceva tremare senza sosta le ginocchia che si scontravano tra loro e che parevano dire “allora, adesso che si fa?”.

Remo sembrava sempre così tranquillo, quasi distante da tutto seppur immerso in qualche cosa di solamente suo. << Heiiii Reeemooo, dove staaai???>>, e allora lui con quell’avanzo di sorriso che gli era rimasto attaccato, si rigirò verso di lei e disse << ANDIAMO! >>.

Superato il marciapiedi, Remo si diede indietro con la scusa di aver lasciato sul tavolino le chiavi della 126 che non avrebbe dimenticato mai, per quanto ci stava attento, ed in realtà si fermò un altro attimo a prendersi quell’ultima boccata di mare che gli valse quasi come un “ciao”, come fosse un saluto, l’ultimo a chi era allora e in quel momento; l’ultimo prima che qualcosa cambiasse per sempre, prima che qualcosa lo cambiasse per sempre.

Maria dal sedile accanto gli chiese dove stavano andando, aspettandosi poco meno che un giro di piazza a Catanzaro, dopo essersi fatti altri 40 minuti di strada, ma lui la colse di sorpresa esaudendo il grande sogno: << Andiamo all’ Atmosfera! >> , disse senza nessun indugio.

In un saltello su sedile della 126 che restituì un fragoroso chiacchiericcio di molle, Maria non seppe contenere l’entusiasmo e si sbracciò fino a cingergli collo e spalle e, in un susseguirsi di movimenti disordinati, abbassò il finestrino, mise fuori il faccione controvento e iniziò a gridare che : << Siiii, ho il cugino migliore del mondo!!!! >>.

Solo quando si calmò cominciarono i dubbi su come s’era vestita, se c’avevano soldi abbastanza; se ce l’avrebbero fatta giàcchè era già tardi e restava ancora da finirsi metà del viaggio. Poi incalzò con tutte le curiosità del caso: e “non ti facevo il tipo”; “ma come t’è venuto in mente?!”; “ma sei sicuro che ci fanno entrare?!”, “ma ti sei fatto gli amici?” “no,è che a sto punto io non ti conosco,mica ti facevo così avventuroso!”.

Remo che se la rideva sotto i baffi, come al solito non mostrava nessun tipo di disappunto, che tutto come sempre sulla sua faccia pareva normale, anche quando gli moriva il cuore. Remo, che la lezione più grande che aveva imparato è che l’unico dolore che si può tollerare alla vista, l’unico lecito all’esistenza e l’unico e solo da consolarsi, è quello degli altri. Remo , che a difendersi c’aveva passato una vita rigirando la pelle del corpo al contrario: l’interno verso l’esterno e viceversa, così da rendere ben visibile i grumi di sangue e le parti più deboli da colpire. Si sentiva come un disco di quelli con cui giochi a freccette: con i punti segnati e il traguardo prelibato concentrato nel centro. Quella pelle serviva a dirti “colpiscimi lì e insegnami come corazzarmi meglio”. Era per questo che non avrebbe mai passato il suo tempo a difendersi nemmeno da una sciocca osservazione: per assurda che fosse, difendersi era come ammettere una propria debolezza ad alta voce e lui quella voce l’aveva sempre risparmiata il più possibile.

Ma quella era la sua sfida e Remo non faceva le cose a metà:

<< Stai calma Marì,vedrai! >>.

Quando arrivarono a Roccelletta di Borgia, lì, vicino Catanzaro, erano già le undici e tredici di sera e per quanto Remo si fosse documentato sul percorso da fare, disse a Maria di prendere lo stradario dal cruscotto anche se fu del tutto inutile capirci qualcosa,agitata com’era.

Arrivarono in via Donnici 18 soltanto dopo aver chiesto informazioni a tre passanti e che  un tizio non ben identificato, accostandosi di fianco con una Seat Ibiza rosso fuoco del ’93, gli gridò: << Per l’ Atmosfera Disco?! Seguite me! >>, senza nemmeno attendere risposta.

Solo quando furono arrivati, una volta parcheggiate le auto, il “tizio della seat” fu meglio identificato come “Girolamo, 27 anni portati male con affianco Massimiliano, 28 portati bene.”

A quel punto i convenevoli fecero presto a togliersi di mezzo e Maria,che proprio le sembrava di vivere un sogno, per metà si tuffava nell’adrenalina che sentiva salire e avvamparla e per metà si preoccupava di quel cugino così poco incline alle chiacchiere da primo incontro.O alle chiacchiere in generale,per meglio dire.

Non ci furono grandi problemi in verità: ben presto il gruppetto si frazionò e si dispose in due file parecchio loquaci di Girolamo e Remo davanti che scherzavano sui propri nomi che insieme sembravano un comando ittico “remo e giro l’amo !”, e Massimiliano e Maria dietro, che già sembravano vicini a decidere quelli dei loro futuri bambini.

Maria era felice, estasiata, si sentiva viva e spaventata da quei brividi tutti messi addosso, così, in una sera sola, come un vestito comprato e mai indossato prima del grande evento. Si, Maria era felice ed estasiata ma guardava Remo ed era quella la sorpresa più grande : Remo ballava; Remo ballava così di gusto e così intensamente che pareva si sciogliesse di dosso una cera pesantissima: colate su colate divenute durissime nel tempo a cui dava fuoco muovendosi così, con gli occhi chiusi; con gli occhi aperti; con gli occhi vivi. Chi era quel Remo lì,quella sera?! E dov’era stato per tutto quel tempo?! E chi stava salutando in quell’ultimo sorriso al mare?!

Erano gli anni di tante, troppe cose affascinanti, luride, illegali e divertenti tutte assieme, ma loro se ne fregarono: a loro bastò la musica e quella compagnia improvvisata nel parcheggio dell’ Atmosfera. Erano gli anni di ribellioni diverse; il dj suonava “Voo doo believe?” dei Datura e “Born slippy” degli Underworld e lasciare andare la testa era un obbligo ancor prima che un piacere.

Quella sera d’inizio estate del ’96, Remo decise com’è che doveva esser fatta la libertà e diede il benvenuto al suo divenire.

A raccontarla così, esattamente come per la cenetta frugale di Marina di Davoli, nulla sarebbe troppo interessante, ammesso che siate a digiuno di film leggeri degli anni ’90 o che abbiate conosciuto Remo o qualcuno come lui; di luci verdi e blu, di stroboscopiche e balli sudati, s’è già riempito l’immaginario e nulla di sensazionale fu detto; o almeno nulla che si potesse distinguere nettamente in quei bassi sparati nello stomaco.

Alla fine quei quattro si scambiarono gli indirizzi e i numeri di telefono ma Maria specificò, con particolare riferimento a Massimiliano, di non chiamarla perchè i suoi non sarebbero stati contenti di una voce maschile dall’altra parte del telefono e che li avrebbe rintracciati lei da una qualche cabina a gettoni. Poi si infilarono in auto, ritornando alle vecchie formazioni e Remo guidò seguendo la seat rossa fino a Catanzaro, dove si fermarono a fare colazione e un giro ad alba inoltrata,passando per piazza Duomo, dove tutto quello che sembrava nuovo era nuovo davvero; almeno per Remo e Maria.

Passarono insieme quasi tutta la giornata perchè dopo quel cornetto e cappuccino non riuscirono a salutarsi né a trovare le energie necessarie per affrontare i rispettivi viaggi di ritorno. Così Remo si ricordò delle inutilità che conservava nella 126 e suggerì l’idea di andarsene a riposare al mare, prima di ripartire.Stavolta fu Girolamo a guidargli dietro: percorsero tutta Viale Europa e scesero a Catanzaro Lido dove,praticamente vicino al punto di partenza, attraversarono il viadotto Corace e si impadronirono del primo pezzo di costa libero, piazzandoci la tenda. Dormirono ore, tutti e quattro, senza realizzare con quanta naturalezza fossero stati capaci di abbandonarsi così vicini: giovani, stanchi e sconosciuti.

Alle cinque del pomeriggio Remo aprì gli occhi ed uscì a respirare il mare con un sorriso nuovo, resuscitato; Massimiliano era già fuori e gli sorrise: << Potremmo venire a trovare te e poi insieme andarcene da Maria,un giorno,no?! >> , disse. Remo rispose al sorriso con un solco più profondo e le mani in tasca: << Certo! >> gli rispose, << di dove siete voi due? >>

<< Girolamo è di Vibo; io pure ma sto a Sant’Onofrio. >>

<< Mi piace Maria. >> ,aggiunse.

Remo sorrise ancora, con un occhio socchiuso al sole del tramonto, guardò il mare e ci vide il futuro.

Passò quasi un mese da quel weekend di libertà prima che tutti si rincontrassero ma in quel mese ci furono poche lettere e qualche telefonata; poi la promessa fu mantenuta e i ragazzi scesero a Polistena a conoscere la signora Rossella che finalmente accoglieva contenta gli amici del figlio. Quella stessa sera si misero in viaggio sulla seat di Girolamo e raggiunsero Maria a Chiaravalle.

I genitori di Maria non erano molto contenti dei due loschi figuri che il nipote s’era portato appresso, tuttavia si fidarono di lui e permisero alla figlia di uscire. Complice il fatto che non sapessero vedere in Chiaravalle nessuna opportunità di svago, si infilarono in macchina, tutti e quattro nella stessa e realizzarono che succedeva per la prima in quel momento, da che si conoscevano. Questo e il fatto che passarono la sera a girare e rigirare cantando canzoni che passava  Radio Catanzaro, bastò a riavvicinarli come se l’alba di Catanzaro in Piazza Duomo non fosse mai finita.

Ne seguirono storie; ne seguirono anni di viaggi di andate e ritorni; ne seguirono normali alti e bassi di amicizie sentite e vissute; ne seguì la festa di laurea in storia della letteratura italiana di Remo e la morte del padre di Massimiliano; ne seguì la scomparsa di Ettore che contribuì a renderlo un uomo ancora più leggendario; ne seguì quella gita a Vibo da Girolamo dove la 126 si ruppe e li lasciò lì due giorni in più; ne seguì una tentata storia mai davvero decollata tra  Maria e Massimiliano, che poi fece domanda per entrare in esercito e si trasferì a Reggio Calabria. Ne seguì che Remo si sentiva nuovo, finalmente non solo un animale troppo silenzioso e ne seguì che a quel piccolo braccio sinistro, un giorno, permise di sollevarsi fino ad accarezzare il viso di qualcun altro.

Ne seguì la vita, così com’è, così come si fa e ne seguì che la solitudine un giorno si alleggerì di peso.

Ne seguì quello che ne seguì ma soprattutto, un giorno, ne seguì che qualcuno scrisse una lettera così e tutto suonò come celebrazione di quell’intera vita che ne seguì :

” Se a distanza di vent’anni ti amo ancora,non ti preoccupare: se ti sembra che siamo diversi dagli altri,probabilmente lo siamo nel nostro modo giusto.

Non ti  preoccupare se ci sono cose che non hai ancora risolto e che probabilmente non risolverai mai: a distanza di vent’anni io e te abbiamo anche più senso di un tempo.

Non ti preoccupare se non siamo diventati ricchi; se alle feste del tuo capo o alle cene dagli amici ci andiamo vestiti bene ma ancora con l’auto che avremmo dovuto cambiare almeno dieci anni fa: restiamo due principi coi baffi anche senza troppi cavalli, io e te.

Non ti preoccupare se viviamo ancora in affitto, se la banca non ci ha mai concesso il mutuo, se il nostro paese non vuole sapere chi siamo, se tra me e te non abbiamo bisogno di raccontarci chi cucina e chi cambia l’olio al motore. Che a noi per definirci non servono sopracciglia rifatte,magliette più corte,movenze forzate. Noi siamo noi e tu sei quello che al supermercato bussa sull’anguria per sapere se è buona ed io quello che ti dice sempre che non serve a niente, anche se amo la certezza di quel tuo gesto spontaneo.

Non ti preoccupare se non siamo mai stati quelli che cambiano il mondo, se nessuno dei due è diventato “famoso” o “importante”, sappi solo che sentirti cantare in balcone, vicino al boiler della caldaia, quando di sera esci a fumarti la tua pall mall blu guardando nel traffico, mi ha sempre fatto pensare di essere il fortunato vincitore del biglietto per un tuo concerto segreto. E che importanti lo siamo, almeno in tutti i posti in cui abbiamo deciso di abitare.

Non ti preoccupare per tutte quelle cose che non possiamo avere come ci sarebbe piaciuto; un figlio nostro, per esempio. Lo sai, siamo stati genitori tante volte io e te e non solo dei nostri nipoti Camilla e Roberto o del nostro labrador : tu sei stato mio padre più volte di quante io lo sia stato con te, nonostante l’età.

Non ti preoccupare, amore mio, se trovare te ha significato perdere gran parte del mondo dal quale provengo: non è mai stata colpa tua ed io, se potessi, rinascerei dal tuo ventre per farti capire che quel dolore che hai non trova colpe nei nostri corpi. Avremmo vissuto meglio senza perdere le radici ma siamo stati bravi ad intrecciare al terreno quel che rimaneva delle nostre.

Non ti preoccupare se metà dei viaggi che abbiamo immaginato non li abbiamo ancora fatti: sognare ci è sempre piaciuto così tanto, che certe volte non avere soldi mi sembra l’unico modo per non rubarci questo privilegio.

Non ti preoccupare se conosco solo l’italiano e non tutte le parole che conosci tu; se sono più pratico, se alzo la voce, se parlo di più, se scrivo di meno, se ti accarezzo di continuo la faccia: abbiamo tante volte trovato il senso alle cose che non lo avevano più e abbiamo risposto, tu a domande mie ed io a quelle tue.

Non ti preoccupare se quel giorno lì, quando abbiamo preso dall’armadio la scatola delle fotografie e tu c’hai trovato tutte le nostre lettere, ad alta voce hai voluto cercare il senso a quel tuo scrivere all’inglese, prima il mio nome e poi il tuo, io ho fatto finta di non accorgermene. L’ho sempre saputo che quando scrivi di noi scrivi con la mano sinistra e che quel senso esiste; lo hai trovato tu quando hai invertito le cose ed io l’ho scoperto quando ho tolto tra me e te tutti gli spazi:

girolamoremo. “