il fatto che

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da “thanx A-Egon” serie; di Nicolò Pertoldi

Il fatto che uno  voglia l’amore,

il fatto che io voglia l’amore,
l’hai fatto sembrare il mio piccolo crimine e la mia grande pretesa.
A te non cambia,
che vada o che resti.oggi o domani,dici.
Sono cattivo,mi chiedi perchè.
Sono cattivo,dici comunque.
Sono cattivo,la soluzione di tutto.
Ed il fatto che uno voglia l’amore,
il fatto che io voglia l’amore,
a me sembra un diritto così grande da non sapermelo negare più.
Ma rinunciare a te,
in mezzo all’amaro,
a me cambia,invece.
Non so fingere l’allegria che ci vuole,a pretendere che nulla sia importante,
nemmeno qualche desiderio infranto,
qualche sconfitta nuova.
io e te.
Noi,mai.
Perchè il fatto che uno voglia l’amore,
il fatto che io voglia l’amore,
senza farlo sembrare nient’altro che questo,
significa che me ne do io,un po’ di più.
Che il fatto,mi sa,
è che mi sono pure un po’ rotto le scatole.
Di aspettare,si intende,

 

E non “di volere l’amore”.

Spero che cambi,hai detto.
Ma le cose lasciate al tempo,da sole, fanno la loro corsa,mica la nostra.

Andrea non è un albero.

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Quella notte là -che Dio la maledica e la benedica insieme Tonì-
quella notte là c’ho avuto sto coraggio che manco mi ricordo se ho mai avuto prima di te.
Ventisette anni, cinque dei quali dietro le sbarre ma tutti vissuti con le unghie sporche; inizio corsa dalla periferia di Catania.
Ti ricordi, Tonì?
Quella notte là che dovevamo cambiarci i vestiti e la vita, per sempre.
C’eravamo promessi Ibiza e l’eroina, giusto per ricordarci da dove venivamo.

Libera da due giorni e ancora troppo lontana da te. Sono saltata su tutti i treni che potevo;mi sono lavata i capelli in uno di quei minuscoli,schifosi lavandini dei bagni di Trenitalia, che l’acqua esce a filo. Vedi quanta pazienza c’ho avuto io Tonì. Volevo essere bella per te e mi sono bagnata la testa anche se era l’undici di gennaio. Per te.
Sono rimasta là dentro per tutta la corsa da Milano a Napoli e faceva un freddo che manco t’immagini. Ma almeno non mi ha beccata quel manichino in giacca e cravatta, sennò lo sai che ero costretta a fare. Non sarei mai scesa dal treno, Tonì.
I quarantatré minuti che ho aspettato a Napoli Centrale mi sono sembrati più lunghi dei tre anni al minorile e i due a Bollate messi insieme.
Quanto ti ho pensato Tonì, quanto mi sei mancato.
Sarà pure che io ho fatto un po’ troppe stronzate, ma ci ho messo dodici ore e mezzo per arrivare a Catania e ammè mi pare che era così pure cinque anni fa. Mi mettono dentro perchè devo cambiare e poi fuori non cambia mai un cazzo.
Quando sò scesa non c’ho pensato un attimo, non mi sono nemmeno fermata a fare colazione da Gennaro, anche se erano cinque anni che non respiravo quel profumo nella notte. Sono scesa da quel treno ed ho iniziato a correre. Non mi sono chiesta s’eri sveglio. “Via America numero 11”, non me lo sono mai dimenticato Tonì.
Sei l’unico posto che ho sempre chiamato casa.

Mi so messa a correre, mamma mia quanto ho corso. Avevo le gambe che mi esplodevano e la scarpa destra che mi faceva un male cane ma mi dicevo che non avevo scuse, che ero stata dodici ore e mezzo seduta in un cesso e cinque anni in una prigione,non potevo mica essere stanca. Ho corso così tanto e così veloce che sono sicura di aver perso la forma. Tutto quello che mi schizzava attorno io nemmeno lo riconoscevo: non ci ragionavo sulla strada, sul traffico, sulla gente che ho scansato o di quella che ho buttato sul marciapiedi; non c’ho pensato a com’è fatta di merda questa strada, a quei soliti palazzi mezzi in piedi e mezzi a terra da una vita.
Ed io sarò stata liquida o gassosa o forse non mi hanno nemmeno vista.
Avranno pensato a una folata di vento un po’ più forte delle altre; a gennaio capita.
Mamma mia Tonì, ho corso così forte che fuori era appena passato Natale e dentro mi sembrava già scoppiata la nostra estate a Ibiza.
Poi quell’angolo ed ho iniziato a chiedermi com’è che avrei frenato, ormai che le gambe mi andavano da sole. Il tuo Portone arrugginito,quella strada schifosa che mi è sempre sembrata il paradiso ed io mi sono trovata là sotto, con un sorriso così grande che una faccia non mi bastava; così grande che non c’ero abituata e faceva pure male e non sapevo se mi batteva il cuore così forte più per l’emozione o per l’affanno della corsa.

<< Tonì! >> ; te l’ho mezzo gridato e mezzo sussurrato; non so che casino ho fatto.
Ti bussavo e dicevo:  <<Tonì! Sono io Tonì, sono Andrea, sono uscita Tonì, ce ne andiamo a Ibiza!>> ; ma gli unici che mi hanno risposto sono stati il cane del meccanico e quel vecchio sudicio del terzo piano che mi ha gridato di smetterla di rompergli i coglioni.
Erano le 3:00 del mattino, magari stavi dormendo e non mi sentivi e allora mi sono messa ad aspettare sul gradino di quello che vive difronte e mi sono stretta nel giubbotto perchè più passava il tempo e più dentro andava via l’estate di Ibiza e tornava il freddo di un normale gennaio a Catania.

Quella notte là; te la ricordi, Tonì?

:

Mamma mia che freddò Tonì, ma quando ti svegli?! E’ già mezz’ora che aspetto e di qui non è più passato nessuno. Io sono stanca ma non riesco a dormire, sono ancora sulle spine, non vedo l’ora di abbracciarti, di vedere che hai fatto ai capelli, di vedere come ti sorprendi appena mi guardi.Svegliati, Tonì, dai svegliati amore, sono qua fuori, non mi senti, non te ne accorgi? Dai cazzo, fa freddo, mi sto congelando!

—–

E’ passata una donna vestita come una battona. Io manco lo so come fa a resistere vestita così. Mi ha guardata storto, come se fossi io quella poco normale a starmene là, ferma, come un ghiaggiolo nel freezer.
Che poi forse c’ha ragione lei Tonì, per resistere al freddo bisogna camminare, muoversi o si finisce per non sentirsi più neanche le ossa.
A Bollate, Irene, quella della 23, un giorno mi ha raccontato di un tipo che si era perso al polo sud e siccome si è fermato e non s’è più riuscito a muovere, è diventato prima blu e poi le sue vene si sono congelate e sono diventate così rigide da uscirgli dal corpo come radici.
Dice che a furia di succedere, al polo sud c’è una foresta di alberi umani,di questi tizi persi e congelati.
Non te lo so dire se mi ha fatto più schifo o meraviglia però l’ho immaginato.
Non so nemmeno se è vero visto che Irene è una strafatta  so solo che nel dubbio,io non voglio diventare un albero e mi faccio un giro qua vicino, ma torno tra un po’. Ti porto la colazione Tonì, c’ho due euro e mi sa che bastano.

—-

Gennaro è troppo lontano per tornarci adesso.
Qui fuori si gela e non c’è un solo posto illuminato.
Tra dieci minuti ti svegli?!
Mi guardo i piedi, tanto per ricordami che ce li ho, tanto ormai non li sento più; la scarpa destra non mi fa nemmeno più male. Credo.
Mi guardo i piedi e penso a tutti i posti in cui ho portato queste scarpe.
Ti ricordi quell’autunno a Cannizzaro, Tonì?
Abbiamo mangiato in quel lido atteggiandoci a grandi signori. Ti eri pure leccato i capelli per sembrare ordinato ed io m’ero fatta baciare da Rosalia pur di avere un po’ di rossetto. A vederci da fuori, così, adesso, eravamo felici: forse troppo felici per sembrare due normali.
Siamo andati via senza pagare, scappando come se ci venisse dietro il mondo; come me stasera per raggiungerti.
Forse erano quelli i tempi migliori Tonì, non tutti quelli che sono venuti dopo, che c’hanno spezzato e bucato così tanto.
Avremmo fottuto il mondo pur di pensare a noi. E l’abbiamo fatto.

Solo che poi il mondo c’ha fottuto lui,Tonì. E io non mi sono mai cambiata sto paio di scarpe.

—-

<< Tonì,sei veglio,Tonì?!OH,sono io,sono Andrea,Tonì!Ma che fai!? >>
E tu non rispondi. Possibile che una torna dall’uomo suo dopo cinque anni e quello manco gli apre la porta di casa? C’hai pure il campanello scassato. E Figurati, so quarant’anni che sta così.
Tonì fa freddo ma se ti devo aspettare t’aspetto. Meglio qua fuori che nel cesso di un treno, lontano da via America.

Mi riguardo le scarpe; oh te lo giuro, sembrano scatole vuote.
Ti ricordi alla festa di Lele, Tonì?
Ci aspettavano tutti, eravamo il re e la regina del mondo. Ci arrivavamo sempre guastati alle feste Tonì. Mi viene il dubbio che Lele e gli altri manco lo sanno come siamo da “giusti”. Come ci siamo divertiti. Come abbiamo ballato, come abbiamo sudato, come abbiamo…qualsiasi altra cosa abbiamo fatto quella sera io non me la ricordo, Tonì. Vabbè, solo che poi c’avevi troppa roba addosso e u Merru ti ha mandato i suoi, e oltre a la roba e a un pezzo del tuo incisivo ci siamo persi pure a Lele.
Ma che vita da cani abbiamo fatto Tonì;  com’è che mi vanno ancora ‘ste scarpe?!
A Ibiza non le voglio fare le feste così.

—-

<<Tonì sono le 5:00. Da Gennaro c’ero già andata e tornata! Ti svegli o no?!
Sono Andrea Tonì,cazzo.Sono Andrea! >>
Non ce le ho più le chiavi di casa tua. Mi sa che non le ho mai rifatte dopo che le ho lanciate quella volta dal traghetto per Civita. Mi avevi promesso che quella era l’ultima volta che rischiavamo di brutto, che era l’ultima volta che u Merru ci guardava negli occhi. Mi avevi detto di salire, che scappavamo insieme, che poi c’era l’amico tuo che ci dava una mano. E l’ho fatto, ci sono salita ma tu sei rimasto e u Merru ha pensato quello che ha pensato. Tonì, io nello zaino c’avevo questo mondo e quell’altro e pure le chiavi di casa tua. Che dovevo fare?!
Ma io pure quella volta non mi sono cambiata le scarpe. A Bollate con la paga settimanale mi sono comprata le ciabatte. Che facevo venivo qua con quelle, a gennaio?!
Tonì, io sto quà lo stesso.

—-

Tonì sono le sei meno un quarto, tu hai sempre dormito troppo ma c’hai pure sempre avuto il sonno sottile.
Io per il freddo infilo mezza faccia nel collo del giubbotto e tutto quello che vedo da qua sono ancora quelle due scatole vuote che ho al posto delle scarpe.
Scarpe vecchie Tonì, scarpe che ho riempito di droga tutte le volte che me l’hai chiesto e di speranze tutte le volte che me lo sono concesso.
E’ con queste vecchie scarpe che me ne sono andata e con le stesse che sono tornata.
<<Tonì sono Andrea; ma davvero dormi? >>

—-

Ho trovato un lampione che funziona,almeno uno nei dintorni di via America.
“America”! Com’è che non c’ho mai pensato?!
Che se l’America è così fa veramente schifo.
Giro attorno al lampione, giusto per convincermi che sto freddo riesco ancora a muovermi. Si e no sono quattro mattonelle messe in croce.
Le scarpe Tonì, sono le 6:10 e mi guardo ancora le scarpe.
Lo sai a che stavo pensando?
Tra tutti i motivi che non ti fanno aprire quella porta sto trovando i più tragici. Sei stato un vero bastardo, un infame. Ma sei pure stata l’unica persona che abbia amato così tanto e non ce la voglio una brutta fine per te. Di certo per me non ho mai provato un amore così.
In cinque anni il metadone ha lavorato sulla mia disperazione. E’ assurdo come, crisi a parte, questo corpo si sia mostrato così indifferente alla dipendenza. Non ci stai in overdose Tonì, questo lo so. C’hai sempre avuto una lucidissima enorme paura; ti sei sempre fatto con qualcuno accanto..con me accanto. M’hai strappato pure da quell’unico lurido lavoro che m’ero trovata perchè dovevo starti a rimboccare il veleno.
Che poi Ibiza Tonì, no?! Mi dicevo: c’eravamo promessi Ibiza e l’eroina, giusto per ricordarci da dove venivamo o per sapere dove dovevamo andare a finire?!
Giusto per avere almeno una certezza, tra le tante che non avevamo, più o meno.

—-

Lo sai perchè non ci voglio dormire qua sotto,Tonì?!
Perchè, oltre che il freddo m’ammazzerebbe e diventerei un albero umano come tutti i tizi persi del polo sud, ma soprattutto perchè qua sotto, sui gradini di Felice Locariello, mi lasciavi a schimicare da sola, con le braccia e le gambe che sembravo uno schifoso foglio sporco e accartocciato e quello là, Felice, che mi svegliava la mattina urtandomi contro col sacco nero della spazzatura, quando scendeva a buttarlo nel cassonetto. Forse persino lui mi voleva più bene di te, Tonì. Forse se gli avessi suonato ore fa adesso starei al caldo in qualche stanza, lì, a casa sua.

—-

Tonì sono quasi le 7:00 è fa un freddo puttana che per pensare, per gridare, io non c’ho più le forze. Non mi basta più nemmeno continuare a girare in tondo su queste quattro mattonelle. Mi sa che vado da Gennaro, qualcuno ancora ci sarà… e se gli ricordo chi sono magari recupero pure un caffè, che almeno mi riscaldo.
Non c’ho un biglietto da lasciarti qua sotto la porta ma tanto manco lo vedresti mai.
Lo sai Tonì, gli alberi mi piacciono e stanotte c’ho avuto tanto l’impressione di essermi trasformata pure io. Non per il freddo, dico. Ma ho piantonato questa via che d’America di sicuro c’ha solo il nome, anche se quella vera io non l’ho mai vista.
Ho capito cosa sono le radici, Tonì. Io pensavo che eri tu le mie radici. Le radici sono quelle cose che si infilano sotto terra e si aggrappano forte per farti stare in piedi e che se le copri col catrame quelle prima o poi ti si girano e si rivoltano, e tanto fanno che lo spaccano, ma alla fine è sempre là che ti mantengono.
Io sono stupida e ignorante e di certo non sono mai stata una ragazzina per bene, però sono stata un sacco fedele alla terra dove mi ero piantata da sola.
Tonì gli alberi diventano sempre più alti e fanno le foglie. Poi mi ha detto Giulio del vivaio che se li tagli gli vedi pure i cerchi e se li conti capisci quanti anni hanno.
Ma io c’ho freddo Tonì, e lo so quanti anni c’ho. Ho ventisette anni e dicono che a ventisette anni non si diventa più alti.
Quattro mattonelle e se rimango un altro po’ sono sicura che mi ci piantano in mezzo.
Ma non voglio essere un albero, Tonì; io non c’ho le radici.
Io sono Andrea e c’ho le scarpe!

E fanculo Tonì, tu non so che fine hai fatto e qua fa così freddo che Ibiza manco me la immagino più. Mi faccio un giro più largo: non lo so dove vado ma di sicuro non c’ho voglia di piantarmi dentro a un fosso un’altra volta. Ci vediamo Tonì.
—-

Te la ricordi quella notte là, Tonì?
No, certo che non te la ricordi!
Quella notte là -che Dio la maledica e la benedica insieme Tonì- c’ho avuto sto coraggio che manco mi ricordo se ho mai avuto prima di te. Quella notte là, con le  solite vecchie scarpe sono tornata in via America numero 11 e con le stesse scarpe di sempre me ne sono andata via.

Gaia

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Mio marito aspetta un figlio da un’altra.
Strana la vita ma a me va bene così.
L’ho amato così tanto da dimenticarne il motivo,
e così è successo che non ho più visto nient’altro: né più lui né più me.
Non ho più visto il cane,ne il nostro giardino,né che l’auto era troppo pulita per rilavarla ancora.
Non ho visto più niente che non fosse il mio amore.
E allora mio marito adesso aspetta un figlio da un’altra.
Strana la vita.
Ma me lo ricordo quel giorno lì, davanti casa: dovevamo andare a prendere sua madre e a me non andava per niente, ma come al solito avevo fatto scivolare quell’insofferenza assieme alla canotta di raso.E’ come una carezza: pochi secondi di liscissimo moto verticale e tutto s’addolcisce.
E allora eravamo lì, avevo appena aperto la portiera dell’auto; avrei guidato io,tanto per sentirmi più coinvolta ma lo stormo di aironi mi fece tentennare.Pochi secondi di me e lui dai lati opposti della vettura,due sportelli aperti come ali di un uccello robot; guardavamo il volo prima che lo inghiottissero i tetti. Ho avuto appena il tempo di dirgli : << nostra figlia chiamiamola Gaia >> .
La verità è che ho pensato l’amore più di quanto abbia pensato a noi due: ho pensato a Lilli e il Vagabondo più che a Laura e Gianluca e ho sbattuto mille volte le ali di quell’uccello robot per andare da qualche parte a festeggiare gli anni che passavano.
Il concetto “insieme” lasciato in rassegna come i vecchi libri ancora da leggere che non leggerò mai ; ma del chi sta insieme a chi,come la risolviamo? Come fai a pensare a Lilli senza il suo Vagabondo?! Ne conosci i tratti generali,gli occhioni ed i sorrisi;intuisci un innamoramento e rifuggi al resto del racconto con la chiusa di dovere.Ti affezioni all’immagine e la iconizzi così per non cambiarla mai più.Non riesco a biasimarmi nemmeno da sola ma questo non me lo fa comunque apparire intelligente.
Avrei dovuto non rassegnarmi all’idea del matrimonio; avrei dovuto non rassegnarmi al tema del tempo che ci scorre dritto nel mezzo come se intanto si continuasse a comunicarsi qualcosa per il semplice fatto di condividere una casa e le bollette.
Perchè che ben mi ricordi ora,io non avevo più idee: ogni luogo mi sembrava già visto;ogni esperienza già fatta,ogni amico già invitato,ogni vino già stappato.Anche il nostro anniversario era diventato un memoriale sacro del primo.Ci preoccupavamo almeno di cambiare la spa,giusto per sentirci più giustificati.
Ci siamo incontrati a 28 anni e stare insieme ci è sembrato così logico.
Tredici anni volati come giorni ed io l’ho amato così tanto da non capirne il motivo.
Poi ho smesso di amarlo per amare l’idea di lui e l’idea di noi ed aiutarmi a sconfiggere la paura del “per sempre” che ci condannava insieme senza farci decidere mai,senza rinverdirci nelle intenzioni,come se non potessero cambiare.
Perchè il cambiamento è un tabù.
E mi sono inventata talmente tanti impegni per non vederci cambiare mai.
E mentre io fingevo,lui cresceva; e mentre lui cresceva io continuavo a tagliarmi i capelli sempre nello stesso modo.
Gli ho negato la mia fertilità per non sentirci morire in quell’attenzione che ci saremmo negati poi. Fantasticavo su un figlio raccontandomi mille motivi per i quali non avremmo dovuto farlo nascere e davo la colpa al mondo mentre lui piangeva via la sua voglia di continuare a creare.
Ma quel giorno davanti agli aironi non sono stata più coraggiosa: avevo solo capito di averlo perso e avevo smesso di fingerlo poco prima di andare a prendere sua madre.Il tempismo non è mai stato il mio forte.
Così mio marito adesso aspetta un figlio da un’altra e con il mio enorme ritardo ho avuto appena il tempo di dirgli : << nostra figlia chiamiamola Gaia >>, e tutto il resto di una vita per desiderare che mi chiedesse il perchè.

(foto: lipubenveneto)

sul pratico

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gnegne

Mettiamola così: ci siamo confrontati un po’; ok forse non abbastanza ma ci abbiamo provato.Ed io ho cercato di essere schietto ma educato; gli ho detto che non mi piacciono i suoi vestiti,che sono fuori tempo, che il mondo è cambiato ed ha bisogno di un abbigliamento che lo faccia sentire più protetto ma agile,perchè checcacchio,c’è un bel po’ da fare qui;gli tocca e se ne sarà anche accorto da solo.Imparasse a fare parkour pure lui,per esempio. Lui m’ha detto che non gli piacciono i miei capelli;che non gli sono mai piaciuti in verità.Mi ha detto che gli sta simpatico il mio bislacco idealismo perchè sembra anacronistico almeno quanto il fatto che lui ancora non porta i pantaloni.Che poi non sarebbe questione di gender; siamo ben lontani da questi frivoli discorsi: noi andiamo sul pratico.Mi ha detto che lo rimprovero troppo spesso e io gli ho detto che è un sacco comodo dire così.Mi ha detto che devo darmi una regolata cò sta storia del dare posto e nome alle cose,tanto non ci sono mai riuscito;di smetterla di affannarmi col futuro che non vedo;gli ho detto che mi sembrava utile imparare dalla natura ad essere lungimirante ma che pure in quella c’è qualche esempio di incoerenza che mi confonde.Mi ha detto che cos’ho tanto da lamentarmi,che alla fine ho una vita più che agiata.Gli ho fatto tre,quattro esempi di ordine mondiale: l’isis,le malattie,l’economia,l’inquinamento.. e lui m’ha detto che penso in scala grande quando c’è da ridere a stretto raggio.Quattro mosse di kung fu e ho capito che alludeva ad Adinolfi. Ecco,siamo tornati sul pratico!
Mi ha detto che non vado mai a trovarlo; gli ho detto che mi annoia parecchio,che non s’è mai rinfrescato un po’ a dispetto degli anni;mi ha detto che non è colpa sua, proprio non riesce a far ragionare i suoi caproni e le pinguine e che ha pensato già da un po’ di iscriversi ad un corso di pilates per ingannare quelle ore.Gli ho detto che tanto ormai siamo su strade diverse e lui mi ha detto che sembra soltanto ma abbiamo tante cose in comune che ci piace fare.Gli ho chiesto una.Ha detto ridere di Adinolfi,per esempio!Ma siccome lui se la spanciava a grandi eco di risate gli ho detto, vedi, sono ormai ventisei anni che non troviamo un compromesso,Dì.Facciamo che ripassi l’anno prossimo,chissà che cambi qualcosa;pare che 27 sia una tappa strana.
Mi ha detto intanto tagliati i capelli.

Ecco,siamo tornati sul pratico!

incendiary

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico, Uncategorized

Schermata 2015-02-08 alle 14.44.31

 

” Mia nonna mi portò a vedere il monumento dell’incendio di Londra e noi ci abbiamo portato nostro figlio.

La gente pensò che quella era la fine del mondo ma il mondo non finì: in tre anni ricostruirono la città più forte e più alta.Londra è stata costruita sulle sue stesse rovine ed è resuscitata ogni singola volta; le tempeste l’hanno devastata, le inondazioni allagata e la peste l’ha marcita ma neanche Hitler l’ha distrutta.

<< Bethnal Green sembrava l’inferno >> , diceva mia nonna, un mare di fiamme; ma noi siamo tornati come gli zombie e abbiamo edificato sulle macerie.

Io sono la città,Osama; io sono il mondo intero. Ammazzami con le bombe e io mi ricostruirò ancora più forte: sono troppo stupida per capire!

Yessan dice che sei un mostro malvagio ma io non credo nel male: il tango si balla sempre in due. So che sei arrabbiato con i leader dell’Occidente; vuol dire che scriverò anche a loro.

So che sei un uomo intelligente Osama, molto più di me, ma se vedessi mio figlio con tutto il tuo cuore, anche solo per un momento, la smetteresti di fare buchi nel mondo a forma di bambino; ti renderebbe troppo triste.”


Da Incendiary, regia di Sharon Maguire, 2008 (dal romanzo di Chris Cleave “incendiary”, 2004.)

Fossimo sempre nudi, anche per strada

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di quei pensieri che incontri per caso e che sembrano i tuoi.ma detti/scritti meglio.molto meglio.

Essere Interi

Fossimo sempre nudi, anche per strada,
sarebbe così ovvio
che non siamo nient’altro che animali.
E stiamo qui a parlare di parole,
col dito a intorbidire l’evidente.
Credo ormai che la cosa più importante
sia dare poco peso a questi giochi:
abbiamo solo dato
dei nomi troppo grandi
alla paura e al fascino dei fuochi.

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volevo scrivere qualcosa

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ph by Dorotea Pace editing Nicolò Pertoldi

ph by Dorotea Pace
editing Nicolò Pertoldi

Volevo scrivere qualcosa,

ma la verità è che sto morendo di sonno e più giù qualcuno ( 682, ad ora ) muore davvero,straziato dalla perdita di una gamba,amici e parenti,la casa e la scuola o proprio la vita,quella biologica,perchè il resto è già bello che andato.

Volevo scrivere qualcosa ma il mondo mi palleggia in testa a grandi balzi e penso veloce,così veloce che mi sembra di non fermarmi su niente per davvero.

E penso a quando mia madre tornerà dai suoi giorni al mare e si lamenterà per un altro buco nel muro,un buco per farci passare un filo elettrico. Qui non ci bucano i palazzi coi proiettili, penso. Non più spero. Mai più.

Mi sembra che “non fa niente, allora”. C’è di peggio mamma; c’è di peggio.

Volevo scrivere qualcosa,a proposito delle mie magliette dipinte; che il colore colando si è mangiato quasi tutto il bianco e mi piacciono così, forse. Forse no.

Ma penso alle magliette dei bimbi di Gaza e quel colore là non mi piace per niente su di loro. Non ci sono disegni spensierati, sogni appesi a un filo di grafite.

Volevo scrivere qualcosa a proposito di qualche amore sciupato nei tritarifiuti o di vite che sembrano stanze chiuse e senza prese d’aria. Poi penso alle loro scelte; poi penso alle scelte di chi ha pistole puntate contro;sulla testa, nella schiena… poi penso a un poliziotto che anni fa mi ha sputato in faccia, poi penso al sonno che avevo, schiacciato in una station wagon blu e a quel pezzo di marciapiede che mi portavo nella corsa di cinque chilometri verso casa; un pezzo affilato e stretto nelle mani fino a farmi male. Non era una pistola ma avrei ferito per difendermi. Ma io non sono morto e dal cielo non piovevano granate: potevo correre a casa e avevo la gola secca ma potevo correre,andarmene via.

Volevo scrivere dell’ansia di troppe cose da fare e tutte insieme ma ho pensato poi che mi capita perchè sto provando a darmi una forma, a coltivare un sogno; perchè qui è difficile ma almeno non c’è un detonatore.

Volevo scrivere qualcosa,

volevo scrivere di qualcosa.

Volevo scrivere di quel giorno in cui tutti i militari sono scesi in mimetica a mimetizzarsi,

a mimetizzarsi trai civili, a mimetizzarsi tra le cose di sempre anche se in paesi non loro.

Volevo scrivere di quel giorno in cui tutti i militari sono scesi in mimetica a mimetizzarsi, amore mio.

Quel giorno che io e te abbiamo potuto amarci anche a casa nostra, senza le bombe, senza i carri armati, senza le sirene, senza gli incendi e lo scoppiettìo dei proiettili. Amore mio, quel giorno ti ho chiamato “AMOREMIO” e nessun altro suono ha gridato più forte nel tuo orecchio.

Volevo scrivere di quel giorno in cui tutti i militari sono scesi in mimetica a mimetizzarsi, a mimetizzarsi trai civili e che trai civili c’eravamo noi a chiamarci “amore mio”. Quel giorno che  le mimetiche son state giuste; quel giorno che hanno smontato tutti i mitra, pezzo dopo pezzo; quel giorno che hanno parlato al proprio governatore e gli hanno detto: <<Ecco, adesso si che ci siamo mimetizzati. Ecco, adesso che siamo tante mimetiche sole, adesso che non siamo un battaglione, rimonta insieme i pezzi di questo mitra e vieni a cercarci TU, in mezzo a troppi umani, tra tutti questi “AMOREMIO”. >>

Succede sempre così!

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sono stati mesi belli pieni,vissuti,interessanti direi,
e per quanto riguarda la mia esperienza fino a qui,
tutto sommato non troppo banali.
Il fatto è che poi succede sempre così: che quando ho troppo ossigeno nei polmoni e un sacco di storie da raccontare,finisce che non scrivo o,se lo faccio, poi il tutto diventa un mucchio di parole che posso capire solo io,tanto sono intime.
che sennò:
Diromadeltempodelleillusionidimanisporcheepontielettrici;deiloschipiani,dinessunaremora,ditroppavoracitàenessunavita;dellemiemaglietteedellemierivincite,
dellamialiberazioneefinalmenteecheccazzo;dell’associazioneculturale,delkaiccoinmezzoalmarecoltramontoeilventobuono;
delviaggiodelmiocuoretraitaliaolandascoziaeinghlinterraaccantoaleieaccantoamemapuredentroediunpalazzooccupato;
diromaun’altravoltamapermotividiversi,dipiùpacedentro,nonostantetutto.
ma non credo di essere ancora pronto a raccontare per filo e per segno,
oppure forse non c’ho voglia. che poi succede sempre così.
succede sempre così,si.
e forse nonostante tutto mi sa che dovrei rivedere quella storia sulla banalità..
perciò post-it, di quelli di viaggio che se comunque non raccontano filo e per segno una storia (che poi succede sempre così), saranno per lo meno utili a ricordare quel che stavo guardando,su cosa stavo riflettendo,su che gioivo o mi affliggevo e quindi,appuntavo.
perchè tutto sommato appunto spesso o quasi sempre.
che poi succede sempre così.
4/4/14
[ cercare l’amore nei posti sbagliati. pioggia leggera e tu hai il cuore altrove ]

9/4/14
[ c’è chi col tempo si disaffeziona allo zucchero e poi cerca la dolcezza nella vita; e ci riprova di continuo, malgrado gli edulcoranti. ]

15/4/14
[ (…)“non è tempo per noi”. non lo è da più di un anno per tanti motivi,troppi; il principale è che non puoi,non sai innamorarti di me.a volte desideri farlo ma non è abbastanza. (…) ]

23/4/14
[ biglietto ]

28/4/14
[ lattecaffèzucchero ]

25/5/14
[ sono andato al pontile, ho aspettato il buio.
Ascolta,tutto questo non mi piace ma è quello che è,strano da sempre.
voglio dire che quello che è successo non ha solo a che fare con i nostri comportamenti o le stupidate da risolvere meglio,piuttosto con la sostanza che manca,che manca dal primo momento,dal primo bacio tuo di mesi fa.non ci siamo capiti,non ci siamo trovati,non ci siamo.e non succederà,ora lo so.(..)ti sono grato ma poi basta,ti lascio andare via dalla mia testa una volta per tutte,perchè star bene,condividere,non è roba che voglio solo immaginare.
Ti voglio bene perchè voler bene non è cosa che so smettere di fare e perchè i rancori poi li gestisco male.quindi sii felice,ma davvero però.Buonanotte ]

26/5/14
[ E’ quello che vorrei sentirmi dire,ma più di tutto è quello che vorrei sentire e dire. ]

4/6/14
[ please forgive me ]

6/6/14
[ scusami se ti ho infastidito avvicinandomi e grazie per l’attenzione,per le parole.tutto qua ]

6/6/14
[ voyage voyage ]

14/6/14
[ i pensieri per strada forse si perdono un po’,tra città sfiorate di striscio e bus troppo pieni per dormirci comodi dentro. il movimento. questo mi mantiene le branchie aperte e ben in vista. per chissà dove e a qualsiasi ora, il/in movimento,lo stato delle cose e il mio non stare,obiettivamente più sincero di qualsiasi diversa e più alta volontà. “driving in your car, i never never want to go home because i haven’t got one,anymore”. ]

15/06/14
[ malloreddu cun bagna ]

19/6/14
[ D6 o D7 o 227 fino a mile hand station per 5 fermate
attraversa e vai a destra alla fermata A9 – National Express ]

20/6/14
[ Donato Cambridge prendi le cose meno sul serio.
hostess italiana continua a parlarmi in inglese. ]

20/6/14
[ Non me lo immaginavo che fosse così.
cosa?
nascere!
così come?
violento! ]

20/6/14
[ di quando vedi due persone insieme e provi un’estrema tenerezza e la certezza che insieme non faranno tanta strada.
certi amori non hanno coraggio. ]

21/6/14
[ Passato Prossimo ]

15/7/14
[ (i.n.t.r.u.s.o) e della solita sensazione di essere fuori luogo.(…) sono solo stanco di queste cose poco limpide. ]

15/7/14
[ tornando a casa ho passato un mucchio di tempo a parlare con dei testimoni di geova, non hanno voluto “curarmi” ma mi hanno sfidato ed io ho tenuto aperto il dialogo. “A chi ti rifai,a Marx?” mi ha detto uno dei due. no!gli ho risposto;che sono pure ignorante. “rispondi a questa semplice domanda: come lo vedi il futuro? gli ho detto MERAVIGLIOSO! ]

i mondiali di calcio in un buco di culo.

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Di quando tutti si sono ricordati di poter anche essere qualcosa insieme,
ma l’hanno fatto davanti alle televisioni, con le bandiere sui balconi,
le sedie a incastro e le trombette in mano ed io ero fuori,
nel paesino di questa periferia deserta e bruttarella assai,
a pedalare nel caldo e a farmi accarezzare -una volta ogni troppo poco- da quell’agognato soffio di vento.
E la catena andava a ripetere il giro e l’Italia invece ne usciva.
Che il giorno dopo la gente si era già dimenticata di poter anche essere qualcosa insieme, non avendo più niente da urlare agitando in aria le braccia,tra un’esaltazione e una bestemmia.

Sò finiti ‘sti fischi di tromba in ‘sto buco di culo,
ma ogni troppo poco passa un altro po’ di vento ed io mi illudo che “la bellezza è già tornata” .

senza chiedermi che forma abbia, una canzone stonata.

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Vorrei trovare le parole giuste
ma non si hanno tutte le risposte..
la reticenza ai nostri primi incontri,
la lista aperta dei miei passaporti;
ciascun paese un altro passo in più
finchè di passi non ne ho avuti più.
E ti ho detto..:
– le dita bianche te le offro io,

poi i colori te li scegli tu –
dal ferramenta dici – giallo fluo-
ma nella testa stai pensando ecrù.
Sono un negozio di periferia
dove sai già quel che non troverai;
così ti giri e dici – a portar via –
perchè ti scoccia questo non via vai
(e) perchè alla festa del tuo compleanno
non c’ero io, per non creare affanno,
e poi quel giorno in mezzo al temporale
avrei voluto urlarti tutto contro
e dirti “amore” non si dice a tutti,
ma il desiderio ti incasina dentro
e poi bagnati sembravamo brutti
e non è così che immaginavo il centro,
il centro di una vita senza il senso
di rotatorie e al massimo tre uscite:
la prima uscita cieca ed ignorante,
un’altra come ne hai già viste troppe
e poi la terza,forse quella giusta
ma la risposta è già spedita e frusta
la direzione è verso casa tua,
mentr’ io mi cerco o mi ributto via,
a ritentare le parole giuste
ma senza avere tutte le risposte.
Amare si ama pure dentro a un letto
o sulla sabbia con il telo sotto
ma ad infilarsi nella vita altrui
rimane strano ed io c’ho i dubbi miei.
/
Mi son dipinto un occhio sulla mano
ma lo apro poco poi,per dire “ciao”,
c’è troppa gente in mezzo all’uragano
che i miei tumulti sembrano più calmi;
l’occhio si chiude e ricomincia il vuoto,
dentro alla culla fredda dei miei palmi.
..ed in sostanza
Vorrei trovare le parole giuste
ma non si hanno tutte le risposte..
L’amore stende i panni su in soffitta
ti sporca i piatti dentro alla lavandino;
sempre che sia un amore e no una ditta,
coi soci in fila a farti lo scontrino.
Ti trovo prima o poi ,amor lontano,
che sembra che i miei passi ce li hai tu,
giocando a risiko passa a Milano,
(mentre) io al cielo passo un pò di smalto blu.
Se non arrivi cercherò ragione
e darò la colpa tutta a mister Walt:
le belle favole sono prigione,

l’amore forse è solo un altro cult.