Andrea non è un albero.

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Quella notte là -che Dio la maledica e la benedica insieme Tonì-
quella notte là c’ho avuto sto coraggio che manco mi ricordo se ho mai avuto prima di te.
Ventisette anni, cinque dei quali dietro le sbarre ma tutti vissuti con le unghie sporche; inizio corsa dalla periferia di Catania.
Ti ricordi, Tonì?
Quella notte là che dovevamo cambiarci i vestiti e la vita, per sempre.
C’eravamo promessi Ibiza e l’eroina, giusto per ricordarci da dove venivamo.

Libera da due giorni e ancora troppo lontana da te. Sono saltata su tutti i treni che potevo;mi sono lavata i capelli in uno di quei minuscoli,schifosi lavandini dei bagni di Trenitalia, che l’acqua esce a filo. Vedi quanta pazienza c’ho avuto io Tonì. Volevo essere bella per te e mi sono bagnata la testa anche se era l’undici di gennaio. Per te.
Sono rimasta là dentro per tutta la corsa da Milano a Napoli e faceva un freddo che manco t’immagini. Ma almeno non mi ha beccata quel manichino in giacca e cravatta, sennò lo sai che ero costretta a fare. Non sarei mai scesa dal treno, Tonì.
I quarantatré minuti che ho aspettato a Napoli Centrale mi sono sembrati più lunghi dei tre anni al minorile e i due a Bollate messi insieme.
Quanto ti ho pensato Tonì, quanto mi sei mancato.
Sarà pure che io ho fatto un po’ troppe stronzate, ma ci ho messo dodici ore e mezzo per arrivare a Catania e ammè mi pare che era così pure cinque anni fa. Mi mettono dentro perchè devo cambiare e poi fuori non cambia mai un cazzo.
Quando sò scesa non c’ho pensato un attimo, non mi sono nemmeno fermata a fare colazione da Gennaro, anche se erano cinque anni che non respiravo quel profumo nella notte. Sono scesa da quel treno ed ho iniziato a correre. Non mi sono chiesta s’eri sveglio. “Via America numero 11”, non me lo sono mai dimenticato Tonì.
Sei l’unico posto che ho sempre chiamato casa.

Mi so messa a correre, mamma mia quanto ho corso. Avevo le gambe che mi esplodevano e la scarpa destra che mi faceva un male cane ma mi dicevo che non avevo scuse, che ero stata dodici ore e mezzo seduta in un cesso e cinque anni in una prigione,non potevo mica essere stanca. Ho corso così tanto e così veloce che sono sicura di aver perso la forma. Tutto quello che mi schizzava attorno io nemmeno lo riconoscevo: non ci ragionavo sulla strada, sul traffico, sulla gente che ho scansato o di quella che ho buttato sul marciapiedi; non c’ho pensato a com’è fatta di merda questa strada, a quei soliti palazzi mezzi in piedi e mezzi a terra da una vita.
Ed io sarò stata liquida o gassosa o forse non mi hanno nemmeno vista.
Avranno pensato a una folata di vento un po’ più forte delle altre; a gennaio capita.
Mamma mia Tonì, ho corso così forte che fuori era appena passato Natale e dentro mi sembrava già scoppiata la nostra estate a Ibiza.
Poi quell’angolo ed ho iniziato a chiedermi com’è che avrei frenato, ormai che le gambe mi andavano da sole. Il tuo Portone arrugginito,quella strada schifosa che mi è sempre sembrata il paradiso ed io mi sono trovata là sotto, con un sorriso così grande che una faccia non mi bastava; così grande che non c’ero abituata e faceva pure male e non sapevo se mi batteva il cuore così forte più per l’emozione o per l’affanno della corsa.

<< Tonì! >> ; te l’ho mezzo gridato e mezzo sussurrato; non so che casino ho fatto.
Ti bussavo e dicevo:  <<Tonì! Sono io Tonì, sono Andrea, sono uscita Tonì, ce ne andiamo a Ibiza!>> ; ma gli unici che mi hanno risposto sono stati il cane del meccanico e quel vecchio sudicio del terzo piano che mi ha gridato di smetterla di rompergli i coglioni.
Erano le 3:00 del mattino, magari stavi dormendo e non mi sentivi e allora mi sono messa ad aspettare sul gradino di quello che vive difronte e mi sono stretta nel giubbotto perchè più passava il tempo e più dentro andava via l’estate di Ibiza e tornava il freddo di un normale gennaio a Catania.

Quella notte là; te la ricordi, Tonì?

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Mamma mia che freddò Tonì, ma quando ti svegli?! E’ già mezz’ora che aspetto e di qui non è più passato nessuno. Io sono stanca ma non riesco a dormire, sono ancora sulle spine, non vedo l’ora di abbracciarti, di vedere che hai fatto ai capelli, di vedere come ti sorprendi appena mi guardi.Svegliati, Tonì, dai svegliati amore, sono qua fuori, non mi senti, non te ne accorgi? Dai cazzo, fa freddo, mi sto congelando!

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E’ passata una donna vestita come una battona. Io manco lo so come fa a resistere vestita così. Mi ha guardata storto, come se fossi io quella poco normale a starmene là, ferma, come un ghiaggiolo nel freezer.
Che poi forse c’ha ragione lei Tonì, per resistere al freddo bisogna camminare, muoversi o si finisce per non sentirsi più neanche le ossa.
A Bollate, Irene, quella della 23, un giorno mi ha raccontato di un tipo che si era perso al polo sud e siccome si è fermato e non s’è più riuscito a muovere, è diventato prima blu e poi le sue vene si sono congelate e sono diventate così rigide da uscirgli dal corpo come radici.
Dice che a furia di succedere, al polo sud c’è una foresta di alberi umani,di questi tizi persi e congelati.
Non te lo so dire se mi ha fatto più schifo o meraviglia però l’ho immaginato.
Non so nemmeno se è vero visto che Irene è una strafatta  so solo che nel dubbio,io non voglio diventare un albero e mi faccio un giro qua vicino, ma torno tra un po’. Ti porto la colazione Tonì, c’ho due euro e mi sa che bastano.

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Gennaro è troppo lontano per tornarci adesso.
Qui fuori si gela e non c’è un solo posto illuminato.
Tra dieci minuti ti svegli?!
Mi guardo i piedi, tanto per ricordami che ce li ho, tanto ormai non li sento più; la scarpa destra non mi fa nemmeno più male. Credo.
Mi guardo i piedi e penso a tutti i posti in cui ho portato queste scarpe.
Ti ricordi quell’autunno a Cannizzaro, Tonì?
Abbiamo mangiato in quel lido atteggiandoci a grandi signori. Ti eri pure leccato i capelli per sembrare ordinato ed io m’ero fatta baciare da Rosalia pur di avere un po’ di rossetto. A vederci da fuori, così, adesso, eravamo felici: forse troppo felici per sembrare due normali.
Siamo andati via senza pagare, scappando come se ci venisse dietro il mondo; come me stasera per raggiungerti.
Forse erano quelli i tempi migliori Tonì, non tutti quelli che sono venuti dopo, che c’hanno spezzato e bucato così tanto.
Avremmo fottuto il mondo pur di pensare a noi. E l’abbiamo fatto.

Solo che poi il mondo c’ha fottuto lui,Tonì. E io non mi sono mai cambiata sto paio di scarpe.

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<< Tonì,sei veglio,Tonì?!OH,sono io,sono Andrea,Tonì!Ma che fai!? >>
E tu non rispondi. Possibile che una torna dall’uomo suo dopo cinque anni e quello manco gli apre la porta di casa? C’hai pure il campanello scassato. E Figurati, so quarant’anni che sta così.
Tonì fa freddo ma se ti devo aspettare t’aspetto. Meglio qua fuori che nel cesso di un treno, lontano da via America.

Mi riguardo le scarpe; oh te lo giuro, sembrano scatole vuote.
Ti ricordi alla festa di Lele, Tonì?
Ci aspettavano tutti, eravamo il re e la regina del mondo. Ci arrivavamo sempre guastati alle feste Tonì. Mi viene il dubbio che Lele e gli altri manco lo sanno come siamo da “giusti”. Come ci siamo divertiti. Come abbiamo ballato, come abbiamo sudato, come abbiamo…qualsiasi altra cosa abbiamo fatto quella sera io non me la ricordo, Tonì. Vabbè, solo che poi c’avevi troppa roba addosso e u Merru ti ha mandato i suoi, e oltre a la roba e a un pezzo del tuo incisivo ci siamo persi pure a Lele.
Ma che vita da cani abbiamo fatto Tonì;  com’è che mi vanno ancora ‘ste scarpe?!
A Ibiza non le voglio fare le feste così.

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<<Tonì sono le 5:00. Da Gennaro c’ero già andata e tornata! Ti svegli o no?!
Sono Andrea Tonì,cazzo.Sono Andrea! >>
Non ce le ho più le chiavi di casa tua. Mi sa che non le ho mai rifatte dopo che le ho lanciate quella volta dal traghetto per Civita. Mi avevi promesso che quella era l’ultima volta che rischiavamo di brutto, che era l’ultima volta che u Merru ci guardava negli occhi. Mi avevi detto di salire, che scappavamo insieme, che poi c’era l’amico tuo che ci dava una mano. E l’ho fatto, ci sono salita ma tu sei rimasto e u Merru ha pensato quello che ha pensato. Tonì, io nello zaino c’avevo questo mondo e quell’altro e pure le chiavi di casa tua. Che dovevo fare?!
Ma io pure quella volta non mi sono cambiata le scarpe. A Bollate con la paga settimanale mi sono comprata le ciabatte. Che facevo venivo qua con quelle, a gennaio?!
Tonì, io sto quà lo stesso.

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Tonì sono le sei meno un quarto, tu hai sempre dormito troppo ma c’hai pure sempre avuto il sonno sottile.
Io per il freddo infilo mezza faccia nel collo del giubbotto e tutto quello che vedo da qua sono ancora quelle due scatole vuote che ho al posto delle scarpe.
Scarpe vecchie Tonì, scarpe che ho riempito di droga tutte le volte che me l’hai chiesto e di speranze tutte le volte che me lo sono concesso.
E’ con queste vecchie scarpe che me ne sono andata e con le stesse che sono tornata.
<<Tonì sono Andrea; ma davvero dormi? >>

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Ho trovato un lampione che funziona,almeno uno nei dintorni di via America.
“America”! Com’è che non c’ho mai pensato?!
Che se l’America è così fa veramente schifo.
Giro attorno al lampione, giusto per convincermi che sto freddo riesco ancora a muovermi. Si e no sono quattro mattonelle messe in croce.
Le scarpe Tonì, sono le 6:10 e mi guardo ancora le scarpe.
Lo sai a che stavo pensando?
Tra tutti i motivi che non ti fanno aprire quella porta sto trovando i più tragici. Sei stato un vero bastardo, un infame. Ma sei pure stata l’unica persona che abbia amato così tanto e non ce la voglio una brutta fine per te. Di certo per me non ho mai provato un amore così.
In cinque anni il metadone ha lavorato sulla mia disperazione. E’ assurdo come, crisi a parte, questo corpo si sia mostrato così indifferente alla dipendenza. Non ci stai in overdose Tonì, questo lo so. C’hai sempre avuto una lucidissima enorme paura; ti sei sempre fatto con qualcuno accanto..con me accanto. M’hai strappato pure da quell’unico lurido lavoro che m’ero trovata perchè dovevo starti a rimboccare il veleno.
Che poi Ibiza Tonì, no?! Mi dicevo: c’eravamo promessi Ibiza e l’eroina, giusto per ricordarci da dove venivamo o per sapere dove dovevamo andare a finire?!
Giusto per avere almeno una certezza, tra le tante che non avevamo, più o meno.

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Lo sai perchè non ci voglio dormire qua sotto,Tonì?!
Perchè, oltre che il freddo m’ammazzerebbe e diventerei un albero umano come tutti i tizi persi del polo sud, ma soprattutto perchè qua sotto, sui gradini di Felice Locariello, mi lasciavi a schimicare da sola, con le braccia e le gambe che sembravo uno schifoso foglio sporco e accartocciato e quello là, Felice, che mi svegliava la mattina urtandomi contro col sacco nero della spazzatura, quando scendeva a buttarlo nel cassonetto. Forse persino lui mi voleva più bene di te, Tonì. Forse se gli avessi suonato ore fa adesso starei al caldo in qualche stanza, lì, a casa sua.

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Tonì sono quasi le 7:00 è fa un freddo puttana che per pensare, per gridare, io non c’ho più le forze. Non mi basta più nemmeno continuare a girare in tondo su queste quattro mattonelle. Mi sa che vado da Gennaro, qualcuno ancora ci sarà… e se gli ricordo chi sono magari recupero pure un caffè, che almeno mi riscaldo.
Non c’ho un biglietto da lasciarti qua sotto la porta ma tanto manco lo vedresti mai.
Lo sai Tonì, gli alberi mi piacciono e stanotte c’ho avuto tanto l’impressione di essermi trasformata pure io. Non per il freddo, dico. Ma ho piantonato questa via che d’America di sicuro c’ha solo il nome, anche se quella vera io non l’ho mai vista.
Ho capito cosa sono le radici, Tonì. Io pensavo che eri tu le mie radici. Le radici sono quelle cose che si infilano sotto terra e si aggrappano forte per farti stare in piedi e che se le copri col catrame quelle prima o poi ti si girano e si rivoltano, e tanto fanno che lo spaccano, ma alla fine è sempre là che ti mantengono.
Io sono stupida e ignorante e di certo non sono mai stata una ragazzina per bene, però sono stata un sacco fedele alla terra dove mi ero piantata da sola.
Tonì gli alberi diventano sempre più alti e fanno le foglie. Poi mi ha detto Giulio del vivaio che se li tagli gli vedi pure i cerchi e se li conti capisci quanti anni hanno.
Ma io c’ho freddo Tonì, e lo so quanti anni c’ho. Ho ventisette anni e dicono che a ventisette anni non si diventa più alti.
Quattro mattonelle e se rimango un altro po’ sono sicura che mi ci piantano in mezzo.
Ma non voglio essere un albero, Tonì; io non c’ho le radici.
Io sono Andrea e c’ho le scarpe!

E fanculo Tonì, tu non so che fine hai fatto e qua fa così freddo che Ibiza manco me la immagino più. Mi faccio un giro più largo: non lo so dove vado ma di sicuro non c’ho voglia di piantarmi dentro a un fosso un’altra volta. Ci vediamo Tonì.
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Te la ricordi quella notte là, Tonì?
No, certo che non te la ricordi!
Quella notte là -che Dio la maledica e la benedica insieme Tonì- c’ho avuto sto coraggio che manco mi ricordo se ho mai avuto prima di te. Quella notte là, con le  solite vecchie scarpe sono tornata in via America numero 11 e con le stesse scarpe di sempre me ne sono andata via.