voi non siete come noi

la porta di casa ha per maniglia l'ombelico
illustrazione di NIcolò Pertoldi

“Polpi di testa” di Nicolò Pertoldi

Adesso che sono orgoglioso di questa identità,nonostante i snt. Andreas;

adesso che è terra davvero, ancora secca e spaccata, magari pure per sempre, anche se ricca di buoni “ma”;

adesso che mi sembra umido abbastanza da essere fastidioso, ma va bene per iniziare una vita da batteri e cosìsia;

adesso che, se non sono stanco, gli occhi stanno su e fanno il loro dovere assieme alle orecchie e la bocca non parla assai,

mi ricordo che ci sono veicoli umani a conduzione elettrica.E vanno eh?!Si che vanno.

E’ che se i bambini si stancano di noi, c’hanno ragione : facciamo paroloni di cose che loro farebbero anche meglio e senza spiegarle. Non c’hanno bisogno di dirla, la semplicità.

Ma mi concedo lo spazio per domande complicate di servizio,come:

“Se metti una bruschetta in un vaso con un po’ di terra,poi che succede?!”

E’ passata una bambina l’altro giorno in via Duomo, mentre andavamo al palazzo Galeota; ha detto: << voi non siete come noi! >> , con molto giudizio e poca curiosità negli occhi, potrei dire di primo acchito.Credo c’avesse ragione ma lei non se n’è ancora accorta di essere nata già vecchia.

Ma si fa sempre in tempo a diventare come Benjamin Button.

Così noi parliamo, scegliamo parole affinchè sembrino grandi, sembrino belle; parole che sembrino eleganti purchè sembrino lontane da qualcosa di fisico, tangibile, concreto, connotabile.

Che le parole mi sono sempre piaciute,almeno quanto poco le sopporti.

Ma con le parole (ah, le parole), quelle parole, oggi vorrei saper scrivere una canzone triste e bella, una canzone che ti apra la strada verso i miei luoghi veri e che ti mostri che con tutti i nodi che ho, magari puoi improvvisare due note, strimpellare coi polpastrelli una musica disgraziata.

Che dedicarsi include, come fattore determinante, fottersi il cuore sul gradone di  un’abside, in una chiesa sconsacrata di provincia, per salvarsi poi, volendolo fortemente, pure fosse in un pisciatoio.

E guidare a notte fonda, bagnato fradicio da un pastone di saliva, preghiere e gran rosari di tristezza.

O dare tregua ai polmoni, cercargli una tettoia ancora più a sud e sedermi sul pavimento della cucina di una vecchia scuola per operai; starmene appoggiato a una vetrata, per raccattare un raggio di sole.

Io,armato di tenaglia, martello ed un piede di porco, che comunque non so usare contro il lucchetto del tuo portone.

E spazio per domande complicate di servizio come:

” torneresti mai a riprendermi? ” .

E la certezza di risposte che non voglio avere, tanta paura mi fai.

Ma c’ho due palle enormi, lo sai?!

Che ci vogliono due palle enormi per accettare di fottersi il cuore e lasciarlo sul gradone di  un’abside, in una chiesa sconsacrata di provincia.

E ci vogliono due palle enormi per rimanere o per sperare, o per credere.

Che credere non è gratis.

Che non lo so quanto si regge ogni volta:

ogni volta che qualcuno non ti riconosce,

ogni volta che le parole sono tagliate in sbieco,

ogni volta che bisogna elemosinare un’attenzione

o uno sguardo innamorato.

E’ che se i bambini si stancano di noi, c’hanno ragione : facciamo paroloni di cose che loro farebbero anche meglio e senza spiegarle. Non c’hanno bisogno di dirla, la semplicità.

Se devono lasciarti,ti lasciano. Loro lo sanno dove andare e non c’hanno bisogno di scusarsi se hanno il cuore altrove: non lo trovano un reato.

Ma poi si vive a saltelli tra contraddizioni e posizioni drastiche.

<< VOI NON SIETE COME NOI! >> , ha detto.

Il contrario, cara vecchietta in un corpo acerbo, quanto male ci avrebbe risparmiato?!

Fino a che una sera bevi del vino e mangi biscotti d’avena e cioccolata al 70%; ti ricordi che a qualcuno viene anche spontaneo ascoltarti, orecchie a parte. E poi che esistono veicoli umani a conduzione elettrica. E vanno eh?! Si che vanno.